Myanmar: no all’accesso dell’inviata Onu per i diritti umani

Pubblicato il 20 dicembre 2017 alle 14:09 in Asia Myanmar

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Il Myanmar ha deciso di non garantire l’accesso nel Paese e di non cooperare con l’inviata indipendente per i diritti umani delle Nazioni Unite, secondo quanto da quest’ultima dichiarato mercoledì 20 dicembre.

Yanghee Lee, inviata speciale per i diritti umani dell’Onu, avrebbe dovuto visitare il Myanmar nelle prime settimane di gennaio per valutare la reale situazione del rispetto dei diritti umani nel Paese, soprattutto in relazione alla crisi umanitaria della minoranza etnica musulmana Rohingya nello stato nord-occidentale di Rakhine. Il governo del Myanmar ha dichiarato di non aver intenzione di garantire l’accesso all’inviata, né di cooperare con lei. “Questa dichiarazione di non cooperazione con il mio mandato può essere vista solo come un forte segnale che forse qualcosa di terribilmente grave sta accadendo nello stato di Rakhine e nel resto del Paese. È un peccato che il Myanmar abbia deciso di intraprendere questa strada”, ha dichiarato Yanghee Lee, mercoledì 20 dicembre.

Il governo del Myanmar ha finora sempre negato le accuse di violazione dei diritti umani a carico dell’esercito birmano durante la campagna militare nello stato di Rakhine, casa della minoranza etnica musulmana Rohingya avviata nell’ottobre 2016 e che ha raggiunto il picco massimo dal 25 agosto 2017. “Il governo afferma di non aver nulla da nascondere, ma la mancanza di cooperazione con il mio mandato e con la missione investigativa fa pensare altrimenti”, ha affermato l’inviata Onu. Yanghee Lee sperava che il governo birmano cambiasse idea e permettesse la visita della missione delle Nazioni Unite, dato che l’ambasciatore del Myanmar a Ginevra aveva affermato al Consiglio Onu sui Diritti Umani di voler collaborare.

“Ora mi dicono che la decisione di non voler collaborare con me si basa sulle dichiarazioni che ho rilasciato in merito alla mia visita nel Paese a luglio”, ha affermato la rappresentante dell’Onu e al momento non è stata diffusa alcuna risposta ufficiale da parte dei rappresentanti del governo birmano. Il 13 luglio scorso, il governo birmano ha rifiutato di rilasciare i visti necessari agli ispettori Onu per entrare nel Paese, dopo che già il 19 gennaio 2017 aveva rifiutato loro l’accesso alle aree interessate dalla campagna militare nello stato di Rakhine.

Il mandato Onu di Yanghee Lee comprende due visite in Myanmar l’anno, finora ne ha realizzate sei a partire dal 2014, anno di inizio del suo incarico, nonostante il governo birmano le abbia più volte vietato l’accesso ad alcune aree del Paese, le più critiche, per presunte ragioni di sicurezza.

Secondo le stime delle organizzazioni per i diritti umani, sono più di 650 mila i profughi Rohingya che hanno lasciato i loro villaggi nello stato di Rakhine per raggiungere i campi di accoglienza organizzati dal vicino Bangladesh nel distretto di confine di Cox’s Bazar. Le vittime della campagna militare sarebbero invece state 6700 soltanto nelle prime quattro settimane dopo il 25 agosto, secondo i dati raccolti da Medici Senza Frontiere. Per l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, Zeid Ra’ad al-Hussein, le operazioni dell’esercito birmano contro la minoranza etnica Rohingya sono state premeditate e programmate e un “esempio di pulizia etnica” che potrebbe essere valutato da un tribunale come vero e proprio genocidio.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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