Indonesia: boicottaggio prodotti USA non è utile

Pubblicato il 20 dicembre 2017 alle 6:11 in Asia Indonesia

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I tentativi di boicottaggio dei prodotti americani e israeliani sono “poco pratici” e difficili da portare avanti, secondo il Vice Presidente dell’Indonesia, Jusuf Kalla.

L’Indonesia, il Paese con la popolazione musulmana più numerosa del mondo, ha visto lo svolgersi di una serie di manifestazioni e proteste contro gli Stati Uniti, dopo la decisione del presidente Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Alcuni estremisti hanno bruciato le bandiere a stelle e strisce e quelle israeliane nel corso delle proteste. Durante la manifestazione più imponente finora organizzata che ha visto 80 mila persone sfilare domenica 17 dicembre, il Consiglio Indonesiano Ulema, un ente composto da ecclesiastici musulmani, ha chiesto il boicottaggio di tutti i prodotti provenienti dagli Stati Uniti e da Israele se il presidente Trump non avesse revocato la sua decisione.

Il vice presidente di Jarkarta, Jusuf Kallla, ha dichiarato che l’Indonesia sta cercando di fare pressione su Washington tramite i canali delle Nazioni Unite e che l’idea di boicottare o di smettere di utilizzare i prodotti statunitensi è quanto meno “poco pratica”. “Non lasciatevi sopraffare dalle emozioni, avete davvero il coraggio di boicottare gli iPhone o di smettere di usare Google? Siete in grado di vivere senza di essi?”, ha chiesto il Vice Presidente al popolo indonesiano. Anche se la popolazione dovesse riuscire a non utilizzare i prodotti e i servizi provenienti dagli Usa, comunque l’Indonesia non potrebbe rinunciare alle strumentazioni e alla tecnologia americana impiegata nel settore petrolifero di vitale importanza per il Paese.

L’Indonesia gode di un surplus commerciale con gli Stati Uniti ed è uno dei 16 Paesi per cui Donald Trump ha chiesto che vengano avviate delle indagini per smascherare eventuali abusi ed irregolarità nei flussi commerciali.

Il 6 dicembre 2017, con un discorso pronunciato alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha ufficialmente riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, annunciando la decisione di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv, dove si trova dal 1996, alla Città Santa. Questa decisione ha causato una serie di proteste in Palestina e nel mondo.

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu, lunedì 18 dicembre, ha sottoposto al voto dei membri una bozza di risoluzione, proposta dall’Egitto, per chiedere la revoca della dichiarazione di Washington e per impedire lo spostamento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme. Durante la votazione, l’ambasciatrice Usa all’Onu, Nikki Haley, ha posto il veto del suo Paese bloccando, di fatto, la risoluzione. Il veto statunitense era previsto e i palestinesi hanno immediatamente pensato di passare la Risoluzione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in seno alla quale ogni membro ha il diritto di voto ma non di veto. Una Risoluzione passata da questo organo non ha quindi lo stesso peso di un documento approvato dal Consiglio di Sicurezza, ma potrebbe mostrare un consenso internazionale contro la decisione del presidente americano, Donald Trump. Questa soluzione era già stata suggerita dal leader turco, Recep Tayyip Erdoğan, il 13 dicembre, durante la conferenza dell’Organizzazione della cooperazione islamica tenutasi a Istanbul.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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