Alto Commissario Onu: In Myanmar può essere genocidio

Pubblicato il 19 dicembre 2017 alle 6:06 in Asia Myanmar

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Il Myanmar ha “pianificato” gli attacchi violenti contro la minoranza Rohingya dando origine a un esodo di massa in una misura che potrebbe essere quella di un “genocidio”. Queste sono state le parole dell’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein in merito all’emergenza umanitaria della minoranza etnica musulmana Rohingya.

Le operazioni dell’esercito birmano nello stato di Rakhine – iniziate nel mese di ottobre 2016 e giunte al picco massimo della loro intensità a partire dal 25 agosto 2017 – sono state “chiaramente organizzate e pianificate. Non possiamo escludere la possibilità che si tratti di atti di genocidio” ai danni della minoranza etnica di fede musulmana Rohingya, secondo quanto riferito dall’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani.

Le Nazioni Unite denunciano da mesi le attività dell’esercito birmano contro i Rohingya come “crimini contro l’umanità”, sebbene il governo del Myanmar – guidato dal premio Nobel per la Pace Aung San Suu-kyi – continui a negare le accuse ai danni delle forze armate.

Sono 655 mila i musulmani Rohingya ad aver lasciato i loro villaggi nello stato di Rakhine e ad aver cercato rifugio in Bangladesh, soltanto dal 25 agosto, mentre altri circa 400 mila si stima siano fuggiti dal Myanmar a partire dal mese di ottobre 2016. I campi di accoglienza vicino al confine tra Myanmar e Bangladesh sono sovraffollati e in condizioni igienico-sanitarie precarie. Secondo quanto riferito da una serie di 6 sondaggi condotti da Medici Senza Frontiere, i cui dati sono stati diffusi giovedì 14 dicembre, sarebbero state più di 6700 le vittime soltanto nella prima settimana di campagna militare, tra la fine di agosto e settembre.

Il governo del Myanmar nega le violenze e le atrocità, gli stupri e le esecuzioni sommarie di cui i soldati sono accusati e afferma che la campagna militare è stata solo una risposta proporzionata agli attacchi condotti dai militanti islamisti dell’ARSA – Arakan Rohingya Salvation Army – contro le stazioni polizia di confine. L’ARSA è un’organizzazione nata con lo scopo di proteggere i diritti dei Rohingya – minoranza etnica musulmana nel Myanmar a maggioranza buddista che non gode della cittadinanza birmana e dei diritti civili ad essa connessi – che afferma di aver attaccato le stazioni di polizia per attirare l’attenzione della comunità internazionale sulla tragedia che il suo popolo vive emarginato in Myanmar.

Secondo quanto riferito dall’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, però, la risposta violenta dell’esercito birmano sarebbe andata ben oltre una commisurata agli attacchi dei militanti dell’ARSA, anche perché “i civili sono stati chiaramente degli obiettivi delle operazioni. Perché dovresti prendertela con un bambino se ciò che stai facendo è contrastare degli insurrezionisti?”, si chiede l’Alto Commissario. Le Nazioni Unite hanno più volte chiesto al governo birmano di avere un permesso di accesso allo stato di Rakhine per valutare in modo obiettivo la situazione, senza mai ottenerlo. Se quanto sta accadendo ed è accaduto nello stato di Rakhine sia stato o meno genocidio dovrà essere stabilito da un tribunale, ma, secondo l’alto commissario Zeid Ra’ad Al Hussein, non è una possibilità che si possa escludere a priori.

Un altro punto fondamentale che un tribunale esterno dovrà valutare riguarda l’eventuale responsabilità per le violenze della leader civile e democratica del Myanmar Aung San Suu-kyi. “Fino a che punto avrebbe dovuto dire qualcosa o tentare di prevenire tutto questo? Esiste anche il crimine di omissione: se sai bene che certe cose stanno avvenendo e non fai nulla per mettere fine alle stesse, allora diventi co-responsabile”, afferma Zeid. L’Alto Commissario aggiunge poi però che un tribunale dovrà valutare se e in che misura il premio Nobel per la Pace Aung San Suu-kyi abbia potere e influenza sull’esercito. “Un potere che aveva era quello di dare le remissioni e tirarsi indietro per non venire associata in alcun modo a questi sviluppi, saranno le prove a dimostrare chi è colpevole e chi non lo è”, conclude Zeid.

In molti dall’inizio della campagna dell’esercito birmano hanno accusato Aung San Suu-kyi di non aver fatto nulla per difendere i Rohingya e mettere fine alla violenza contro di loro, compresi molti Paesi occidentali e gli altri premi Nobel, Nelson Mandela e il Dalai Lama. I sostenitori della leader civile sostengono, invece, che Aung San Suu-kyi si trovi in una posizione delicata e che il suo rapporto con il potente esercito birmano sia tutt’altro che facile e che non avesse alcun potere per pretendere la fine della campagna militare nello stato di Rakhine.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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