19 dicembre 2017: primo anniversario della strage di Berlino

Pubblicato il 19 dicembre 2017 alle 6:01 in Europa Germania

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Il 19 dicembre 2017 ricorre un anno dalla strage di Berlino, rivendicata dall’ISIS, in cui morirono 12 persone e rimasero ferite altre 48.

La sera del 19 dicembre 2016, il terrorista tunisino 24enne Anis Amri, a bordo di un camion, falciò la folla ai mercatini di Natale presso il Kaiser Wihelm Memorial Church, nella capitale tedesca. Dopo essere scappato, l’attentatore giunse a Milano partendo da Lione, facendo tappa a Chambery, poi a Bardonecchia e infine a Torino. Alle tre di notte del 23 dicembre 2016, fermato per un controllo da una volante di polizia davanti alla stazione ferroviaria di Sesto San Giovanni, Amri disse di essere diretto a Reggio Calabria e poi aprì improvvisamente il fuoco contro i due poliziotti, ferendo uno dei due. Il terrorista fu poi ucciso dalla reazione degli agenti. Secondo le indagini, il camion guidato da Amri era stato rubato lo stesso giorno in un centro di lavoro in Polonia, a due ore di distanza da Berlino. Nell’abitacolo del veicolo fu rinvenuto morto un secondo passeggero, che le autorità tedesche identificarono in un cittadino polacco. Il proprietario della compagnia di spedizioni, a cui apparteneva il camion, riferì che l’autista era suo cugino e che aveva perso i contatti con lui dalle 4 del pomeriggio del 19 dicembre 2016.

Il 21 dicembre 2016, l’ISIS ha diffuso la rivendicazione su Amaq, sito ufficiale dell’organizzazione terroristica, riferendo che un soldato dello Stato Islamico aveva realizzato un’operazione a Berlino in risposta all’appello dei terroristi di attaccare cittadini dei Paesi della coalizione internazionale a guida americana che bombarda i terroristi in Siria e in Iraq, di cui la Germania fa parte dal dicembre 2015. Nei giorni successivi all’attacco, la cancelliera tedesca, Angela Merkel, dichiarò di voler adottare misure restrittive in Germania, poiché, a suo avviso, il caso di Amri aveva sollevato una serie di domande riguardo all’arrivo del tunisino in territorio tedesco.

L’attentatore di Berlino, prima della strage, era già noto sia alle autorità italiane, sia alle autorità tedesche. Dopo essere giunto a Lampedusa a bordo di un barcone di migranti, l’11 aprile 2011, Amri era stato condannato a 4 anni di carcere per aver dato fuoco a un centro di accoglienza. Le autorità italiane avevano emesso un provvedimento di espulsione che non venne mai attuato per via di un ritardo di scambi di documenti da parte della Tunisia. Nonostante fosse stato segnalato alla polizia europea, Amri si stabilì a Berlino nel febbraio 2016, dove iniziò a spacciare cocaina nel quartiere di Kreuzberg, facendosi notare anche dalle autorità tedesche. Nel giugno 2016, la Germania emise un provvedimento di espulsione che, ancora una volta, non fu eseguito giacché Armi, non essendo in possesso di un documento valido, non poté essere rimpatriato. Quando tali dinamiche vennero rese note, si scatenò una polemica contro i servizi di sicurezza tedeschi, accusati di incompetenza per aver permesso a un sospetto terrorista di circolare liberamente nel Paese e di attraversare le frontiere. Berlino smentì le indiscrezioni affermando che le autorità non avevano compiuto errori nelle indagini su Amri, il quale, a loro dire, era sempre stato tenuto sotto controllo, poiché sospettato di attività terroristica.

Secondo il Ministero dell’Interno tedesco, a partire dallo scorso 30 novembre, dei 32,714 tunisini richiedenti asilo in Germania, 1,500 dovevano essere rimpatriati, ma soltanto 111 sono stati mandati indietro in Tunisia. Quando tra il 2015 e il 2016, la Merkel aveva aperto le frontiere a circa un milione di migranti e rifugiati, aveva assicurato che la Germania sarebbe stata in grado di gestire la situazione, rifiutandosi di ascoltare quei politici che invocavano la chiusura delle frontiere. Nonostante la cancelliera, dopo l’attentato, si fosse dichiarata convinta di aver fatto la scelta giusta, l’attacco di Berlino ha sollevato numerose critiche nei suoi confronti, lasciandola con un sostegno politico impoverito, proprio quando la leader stava preparando la campagna di rielezione prevista per l’estate 2017.

Il 14 dicembre, il quotidiano tedesco, Deutche Welle, ha reso noto che la polizia aveva effettuato 9 raid nell’ambito di indagini legate ad Amri. Nel corso della settimana passata, sembra che gli agenti di Berlino abbiano setacciato 9 appartamenti per far luce su alcuni individui islamisti attivi in Germania. 130 poliziotti sono stati coinvolti nei raid, il cui compito è stato quello di raccogliere prove e indizi per dimostrare che determinati sospettati fossero simpatizzanti dell’ISIS. Secondo quanto riferito dal quotidiano, tali sospettati avrebbero altresì avuto contatti con Amri proprio poche settimane prima dell’attacco del 19 dicembre 2016. Tuttavia, la polizia non crede che il terrorista tunisino abbia mai avuto complici effettivi. L’ipotesi che Amri fosse un lupo solitario è stata confermata anche dalle autorità italiane, le quali hanno riferito che, nonostante la radicalizzazione del tunisino fosse stata innescata mentre si trovava in carcere in Italia, non è stato riscontrato alcun legame con altri jihadisti o network estremisti nel nostro Paese.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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