Crisi dei Rohingya: un primo bilancio delle vittime

Pubblicato il 18 dicembre 2017 alle 7:18 in Asia Myanmar

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Sono almeno 6700 le vittime Rohingya uccise durante il primo mese di campagna militare – dal 25 agosto al 24 settembre – dell’esercito del Myanmar nello stato di Rakhine, casa della minoranza etnica musulmana più importante del Paese, secondo i dati diffusi da Medici Senza Frontiere, il 14 dicembre.

Il bilancio di 6700 vittime del primo mese della campagna militare dell’esercito birmano ai danni della minoranza etnica Rohingya avviata il 25 agosto scorso è il più alto finora diffuso. Sono invece 620 mila i Rohingya fuggiti dal Myanmar che hanno lasciato il Paese cercando rifugio in Bangladesh negli ultimi tre mesi.

La campagna militare è stata inizialmente avviata nel mese di ottobre 2016, ma ha raggiunto il suo picco massimo a partire dal 25 agosto, in seguito a una serie di attacchi alle stazioni di polizia di frontiera effettuati dall’ARSA – Arakan Rohingya Salvation Army –  il movimento estremista islamico nato per difendere i diritti della minoranza etnica.

Gli Stati Uniti, l’Onu e le altre organizzazioni internazionali hanno descritto la campagna militare come un’operazione di pulizia etnica, ma non hanno diffuso dati precisi in merito al numero delle vittime.

“Sono almeno 6700 le vittime uccise, secondo le stime più conservative, compresi 730 bambini di età inferiore a 5 anni”, ha dichiarato Medici Senza Frontiere.

I dati emergono da sei sondaggi che hanno coinvolto più di 2434 famiglie Rohingya nei campi profughi, durati per più di un mese.

“Abbiamo parlato con i sopravvissuti delle violenze in Myanmar che hanno trovato rifugio nei campi profughi in Bangladesh, campi sovraffollati e con gravi problemi di igiene”, ha dichiarato il direttore medico di Medici Senza Frontiere, Sidney Wong. “Ciò che abbiamo scoperto è stato sconvolgente, sia in termini del numero di persone che hanno riferito di aver perso dei familiari nelle violenze che in termini dei medici orribili in cui affermano che queste morti siano avvenute”. Secondo Wong, i numeri finora diffusi dalla sua Organizzazione potrebbero essere delle stime al ribasso delle morti.

Il 69% delle morti sono avvenute a causa di colpi di armi da fuoco, secondo il sondaggio, mentre il 71,7% delle morti sono state morti violente. Il 9% delle vittime sono morte bruciate all’interno delle loro abitazioni e per il 5% hanno perso la vita a causa di percosse.

Tra i bambini di età inferiore a 5 anni, il 59% delle morti sono state causate da colpi di armi da fuoco, il 15% sono stati bruciati nelle loro case e il 7% sono morti per percosse e il 2% a causa di esplosioni di mine terrestri.

L’esercito del Myanmar continua a negare le accuse di abusi e violenze a suo carico e stima il bilancio delle vittime delle prime tre settimane di campagna militare come intorno a 400, di cui 376 “terroristi” Rohingya.

I Rohingya sono una minoranza etnica musulmana stanziata nello stato di Rakhine, nella zona nord-occidentale del Myanmar vittima di emarginazione e discriminazione poiché non riconosciuta come etnia nazionale birmana. Il Myanmar è convinto che i Rohingya siano immigrati clandestini dal vicino Bangladesh. Questo implica che la minoranza etnica sia privata della maggior parte dei diritti riservati ai cittadini birmani. Secondo quanto dichiarato dai militanti dell’ARSA – il gruppo estremista che afferma di voler difendere i Rohingya – gli attacchi effettuati contro le stazioni di polizia alla fine di agosto avevano l’obiettivo di attirare l’attenzione della comunità internazionale sulla situazione critica della loro gente, vittima di abusi e violenze da parte dell’esercito dal mese di ottobre 2016.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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