Iraq: Onu condanna esecuzioni di massa nei processi legati all’ISIS

Pubblicato il 16 dicembre 2017 alle 19:08 in Iraq Medio Oriente

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Le Nazioni Unite si sono dette “sconvolte” da un’esecuzione di massa di prigionieri in Iraq, e hanno chiesto che tali pratiche vengano immediatamente sospese additando le falle presenti nel sistema di giustizia penale del Paese.

Il ministero della Giustizia iracheno, nella giornata di giovedì 14 dicembre 2017, ha reso noto che 38 persone sono state giustiziate per aver compiuto crimini legati al terrorismo nella città meridionale di Nasiriya; non sono stati forniti ulteriori dettagli in merito alle identità delle vittime o ai capi di reato per via dei quali i prigionieri erano stati condannati a morte.
Venerdì 15 dicembre 2017 Elizabeth Throssell, una portavoce dell’ufficio per i diritti umani presso la sede delle Nazioni Unite di Ginevra, ha riferito ai giornalisti che alla luce delle falle del sistema giuridico iracheno, sembra estremamente improbabile che nei 38 casi in questione sia stato garantito il diritto a un giusto ed equo processo. Ciò, ha continuato Throssell, implicherebbe la possibilità di irreversibili errori giudiziari e la conseguente violazione del diritto alla vita.
I tribunali iracheni stanno processando migliaia di prigionieri, tra cui stranieri e centinaia di bambini dai tredici anni di età in su, che nel corso dei due anni precedenti sono stati tenuti in custodia poiché sospettati di essere militanti o sostenitori dello Stato Islamico.

I racconti di innumerevoli esecuzioni sommarie e di efferate torture di prigionieri sospettati di far parte dell’ISIS sembrano evidenziare il bisogno di vendetta manifestato dalla popolazione locale irachena contro i combattenti del gruppo terroristico dello Stato Islamico, che da quando il 29 giugno 2014 proclamò la nascita del Califfato, dopo aver occupato il Paese ha perpetrato ininterrottamente atrocità e violenze sul territorio.
I responsabili dell’ufficio Onu per i diritti umani hanno affermato che velocizzare il processo delle esecuzioni dei militanti accusati potrebbe sfociare nella morte di persone innocenti; hanno altresì messo in guardia circa le percezioni di ingiustizia che rischiano di accentuare l’antagonismo e le rivalità tra i musulmani sunniti e sciiti, gettando potenzialmente le basi per un nuovo circolo vizioso di violenze settarie.

A fronte delle esecuzioni effettuate giovedì 14 dicembre 2017, il numero di persone che si pensa siano state giustiziate nel 2017 sale a 106, ma la portavoce dell’Onu non esclude che il vero bilancio possa essere anche molto superiore a quello ipotizzato.
I membri delle Nazioni Unite, stando a quanto ha sostenuto Throssell, sono venuti a sapere delle recenti esecuzioni per via di una dichiarazione rilasciata dal ministero di Giustizia iracheno sulla propria pagina Facebook. Infatti, il governo ha smesso di fornire informazioni in merito alle esecuzioni, e vari attivisti e appartenenti a organizzazioni umanitarie sospettano che siano molti i casi in cui viene fatta giustizia e ciò passa sotto silenzio.
Le autorità irachene nel 2016 hanno divulgato la realizzazione totale di 88 esecuzioni, ma Throssell sostiene che il numero effettivo di persone giustiziate nell’arco dell’anno ammonti a 116. I gruppi umanitari temono che tale tendenza possa continuare a crescere nel Paese.
Le esecuzioni di giovedì 14 dicembre rappresentano il numero più elevato che si sia effettuato in Iraq nell’arco di una sola giornata seconde solo al 26 settembre 2017, in cui 42 persone furono impiccate in un carcere a Nasiriya perché accusate di terrorismo in relazione all’attentato condotto con autobomba il 14 settembre e costato la vita ad almeno 60 persone. Anche in quell’occasione la notizia fu divulgata dal ministero della Giustizia iracheno.
In una mail inviata da Agnes Callamard, un’esperta delle Nazioni Unite incaricata di monitorare le esecuzioni extragiudiziali, la donna sostiene che all’interno del braccio della morte della prigione nazionale vi siano ancora circa 6mila prigionieri in attesa di essere giustiziati.

Dal 2014 a oggi le autorità giudiziarie irachene hanno processato o incarcerato almeno 7.374 persone a fronte di sospetti legami con l’ISIS, a riferirlo è stata l’organizzazione non governativa internazionale a scopo umanitario Human Rights Watch nel suo rapporto mensile di dicembre 2017.
In una provincia irachena un giudice ha riferito ai reporter che effettuavano ricerche sul campo che un tribunale antiterroristico, creato per giudicare i prigionieri catturati nella battaglia per riprendere Mosul, aveva iniziato a fare processi di oltre 5.500 persone, emettendo più di 200 sentenze in un periodo di sei mesi terminato ad agosto 2017.
Le autorità irachene hanno il diritto di perseguire legalmente i colpevoli di crimini contro la sicurezza pubblica, ma secondo Human Rights Watch le procedure giudiziarie sono corrotte.
Il ricercatore iracheno Belkis Wille, membro dell’organizzazione, ha riferito che tutti pubblicamente hanno un avvocato difensore, ma non sembra che tali avvocati si stiano concretamente impegnando nei processi. Infatti, secondo Wille essi avrebbero il ruolo di figuranti che siedono davanti alla corte perché ciò è richiesto dalla legge irachena, e non perché stiano effettivamente assolvendo alle loro mansioni.

Sembra che le autorità nazionali, secondo Human Rights Watch, stiano processando i sospettati imponendo loro sentenze affrettate rese possibili dalle leggi antiterroristiche, e questo porta a giustiziare e condannare all’ergastolo sedicenti affiliati dell’ISIS senza prendere davvero in considerazione la gravità dei crimini che gli individui sono di volta in volta accusati di aver commesso. L’esempio fornito da Wille è il caso di un militante dello Stato Islamico che abbia assassinato varie persone e un cuoco che abbia cucinato per il gruppo terroristico. Stando al suo resoconto, davanti alla legge dell’Iraq i due sarebbero colpevoli in ugual misura. In conclusione, Wille ha affermato che un giudice impegnato nei processi antiterroristici le ha detto che l’ISIS non avrebbe mai visto la luce se l’esercito statunitense avesse giustiziato i detenuti del carcere di Camp Bucca, e che a giudizio di tale giudice “questa volta dobbiamo assicurarci di ucciderli tutti”.

Camp Bucca è stato un carcere gestito dalle forze statunitensi in occasione della guerra in Iraq. Dal 2003 è stato usato anche come campo dei prigionieri di guerra dalle forze militari britanniche nella regione meridionale del Paese, e si è poi progressivamente trasformato in un centro di detenzione che, fino al 2009, ha ospitato circa 26 000 detenuti.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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