Netanyahu come uomo di guerra

Pubblicato il 13 dicembre 2017 alle 13:44 in Il commento Israele

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Cisnetto 3

Il processo di pace tra palestinesi e israeliani è sempre fallito. Quando un fenomeno si ripete nelle stesse forme, i sociologi dicono che si tratta di una “regolarità”. Nel caso del conflitto israelo-palestinese, è una regolarità del fallimento. Per conoscere la ragione profonda di questo “eterno ritorno”, occorre sapere che un processo di pace è il tentativo di porre fine a una guerra tra due parti in lotta. Ne consegue che i processi di pace falliscono prima ancora di iniziare, se escludono un belligerante. È un fatto ovvio: se una delle parti in guerra, come Hamas, viene esclusa dal tavolo di pace, continua a guerreggiare.

Posta una simile premessa, entriamo nel vivo.

Il popolo palestinese è diviso in due grandi anime.

La prima è l’anima moderata rappresentata dall’Autorità nazionale palestinese guidata da Mahmoud Abbas, il quale non pone particolari problemi a Israele. Abbas ha abbandonato la violenza, come strumento di lotta, e ha riconosciuto il diritto di Israele a esistere. Inoltre, riceve una quantità di finanziamenti dagli Stati Uniti che desta impressione. Abbas ha ricevuto 250 milioni di dollari nel 2016, con cui paga larga parte degli stipendi ai propri uomini. Il che significa che, se perde i finanziamenti Usa, i suoi uomini perdono lo stipendio e Abbas perde il loro consenso. Gli Stati Uniti sono consapevoli di poter influenzare le scelte di Abbas facendo leva sugli aiuti economici. Il 15 novembre 2017, una commissione della Camera americana ha approvato un disegno di legge, noto come “Taylor Force Act”, per bloccare un finanziamento di 300 milioni di dollari destinati all’Autorità nazionale palestinese, accusata di finanziare attività violente. Se il disegno di legge sarà approvato dal Congresso americano, l’Autorità nazionale palestinese si ritroverà senza dollari. Elementare: Trump, poco prima di annunciare la decisione di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme, ha voluto chiarire ad Abbas che deve assumere un atteggiamento più che accondiscendente verso Netanyahu.

            La seconda anima del movimento palestinese è quella estremista rappresentata da Hamas, in guerra con Israele, a cui non riconosce il diritto a esistere. Nel 2007, Hamas, dopo avere scacciato i palestinesi moderati di Abbas, ha assunto il controllo della città di Gaza, che è stata cinta d’assedio dall’esercito israeliano. La conseguenza è che il processo di pace si è ulteriormente complicato. Il problema non è più soltanto la pace tra il movimento palestinese e Israele, bensì la pace tra le due anime del movimento palestinese e, successivamente, tra queste e Israele.

            Una volta in possesso di tali informazioni, possiamo finalmente affrontare l’essenziale e cioè che Israele ambisce a far naufragare qualunque processo di pace perché, come è razionale che sia, non ha un interesse a consentire la nascita di uno Stato palestinese sovrano e indipendente con capitale a Gerusalemme, che è anche la sua capitale. Nessuno Stato del mondo favorirebbe la nascita di uno Stato straniero al proprio interno. Come direbbe Machiavelli, fermiamo fantasie e desideri e guardiamo la verità effettuale della cosa: data la situazione esistente, la soluzione dei “due Stati”, voluta dall’Onu, significherebbe la nascita di uno Stato palestinese dentro lo Stato d’Israele. A questo punto, il governo israeliano, con una mossa che rasenta la perfezione strategica, ha posto un veto che, di fatto, impedisce il successo di qualsivoglia processo di pace. Il veto prevede che Hamas non possa sedere al tavolo delle trattative perché è un’organizzazione terroristica. Ma, come abbiamo visto, Israele è in guerra con Hamas e non con l’Autorità nazionale palestinese. In sintesi, le cose stanno così: Israele afferma di volere la pace, ma poi esclude dal tavolo della pace il movimento con cui è in guerra e cioè Hamas. Israele vuole fare la pace con chi è in pace per proseguire la guerra con chi è in guerra.

La conclusione è ovvia: fino a quando i governanti israeliani saranno dotati di razionalità politica, i palestinesi non avranno uno Stato sovrano e indipendente con capitale a Gerusalemme est. Non perché gli israeliani siano cattivi, ma perché questo è il meccanismo di funzionamento dell’arena internazionale.

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Questo articolo è apparso il 10 dicembre sul “Messaggero” nella rubrica domenicale ATLANTE curata da Alessandro Orsini.

 

 

di Alessandro Orsini

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