Hong Kong: come la Cina fa tacere la democrazia

Pubblicato il 12 dicembre 2017 alle 14:05 in Asia Hong Kong

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Il tentativo della Cina di sedare i movimenti pro-democrazia di Hong Kong sta ottenendo buoni risultati grazie al numero sempre crescente di procedimenti penali e alle sanzioni sempre più aspre ai danni degli attivisti che hanno effetto da deterrente nei confronti di chi vorrebbe unirsi alle proteste, ma non ha il coraggio di farlo.

Joshua Wong, ex-studente e leader del movimento pro-democrazia di Hong Kong, sta affrontando un nuovo procedimento penale insieme ad altri 16 attivisti protagonisti delle rivolte democratiche del 2014 note come Movimento degli Ombrelli, nome ispirato all’utilizzo degli ombrelli da parte dei manifestanti per proteggersi dai gas utilizzati dalle forze dell’ordine per disperderli.

Joshua Wong, Alex Chow e Nathan Law, i tre allora studenti protagonisti delle proteste del 2014 erano stati condannati a 6, 7 e otto mesi di reclusione, il 17 agosto 2017 con l’accusa di associazione illecita. All’inizio di novembre era stato concesso loro di potersi rivolgere alla Corte Suprema in appello e Joshua Wong è stato liberato la scorsa settimana proprio per potersi presentare davanti alla Corte e per comparire al nuovo processo a suo carico iniziato giovedì 7 dicembre.

I procedimenti penali nei confronti del leader più famoso delle proteste pro-democrazia di Hong Kong sono solo l’esempio più emblematico di come il governo provinciale di Hong Kong – sostenuto e guidato dal governo centrale cinese da Pechino – stia riuscendo a sedare i movimenti democratici sull’isola grazie proprio al ricorso ai processi e a pene detentive che sono di gran lunga superiori alla media.  “Anche coloro che si sarebbero uniti senza problemi alle rivolte, ora ci stanno pensando due volte e si chiedono se valga la pena di mettere a rischio la propria carriera quando i benefici potenziali delle rivolte sono quasi nulli”, afferma Kong Tsung-gan, autore del libero “Ombrelli: Un racconto politico da Hong Kong”. Kong Tsung-gan ha analizzato più di 40 procedimenti penali ai danni degli attivisti democratici sfociati in detenzioni, multe o condanne ad abbandonare il parlamento dell’isola.

Secondo quanto riferito dall’autore alla CNN, la portata dei processi e la severità delle sentenze e delle pene imposte agli attivisti sono “senza precedenti” per Hong Kong. “Anche in passato gli attivisti potevano essere processati per assemblea illecita, di tanto in tanto”, sostiene Kong Tsung-gan, “ma venivano multati o al massimo condannati a non più di 3 settimane di reclusione”. Si tratta di pene molto diverse rispetto ai 6, 7 e 8 mesi delle condanne emesse nell’agosto di quest’anno.

I procedimenti penali e le sentenze sempre più dure emesse dalle Corti di Hong Kong nell’ultimo anno hanno frenato lo sviluppo dei movimenti di protesta e creato un senso di apprensione nei giovani di Hong Kong che non sanno più quale possa essere la prossima mossa da parte del governo, secondo Antony Dapiran, avvocato di Hong Kong e autore del volume “Città di Protesta”.

Il 21 agosto sono state decine di migliaia le persone scese in piazza per protestare contro l’arresto di Joshua Wong e Nathan Law, ma da allora le manifestazioni di dissenso sono andate scemando. Domenica 3 dicembre in 1800 soltanto sono scesi in piazza per marciare al fianco di Joshua Wong, il quale ha voluto effettuare un’ultima protesta in attesa della sentenza della Corte di Appello che, con tutta probabilità, confermerà la sua condanna alla prigionia.

Secondo Dapiran, il governo di Pechino sta tentando di alzare sempre di più il costo delle proteste e del dissenso attraverso i procedimenti penali e di far sì che i giovani politicamente attivi di Hong Kong ci pensino bene prima di “esprimere le loro opinioni politiche”.

Di pari passo con l’apertura dei processi ai danni degli attivisti, Pechino sta anche chiedendo al governo provinciale di Hong Kong di inasprire le leggi sulla libertà di espressione sull’isola. Il 4 novembre scorso, la Cina ha esteso anche ad Hong Kong la legge che condanna il mancato rispetto dell’inno nazionale cinese. Secondo i difensori delle libertà di Hong Kong si tratta dell’ennesimo segno dell’ingerenza di Pechino sulla politica interna dell’isola.

Hong Kong, dopo un secolo di dominazione britannica, è tornata sotto la sovranità della Repubblica Popolare Cinese il 1 luglio 1997 e il 1 luglio 2017 si è tenuta la celebrazione del ventesimo anniversario del ritorno di Hong Kong alla patria. Negli ultimi vent’anni, l’isola è stata governata secondo il principio “un paese, due sistemi”, in base al quale Hong Kong ha potuto mantenere un certo grado di autonomia e non adeguarsi al comunismo del continente, grazie agli accordi raggiunti tra Cina e Regno Unito a partire dalla dichiarazione di intenti del 1984. Secondo Pechino si è trattato di un ventennio di successo. Intanto, sull’isola aumenta la preoccupazione per il maggiore controllo che il governo centrale cinese esercita sulla politica interna e per lo stallo del processo che dovrebbe portare alla creazione di una piena democrazia.

Il movimento pacifico di rivolte pro-democrazia del 2014 noto come “Movimento degli Ombrelli” ha visto gli studenti scendere in piazza e bloccare le strade dell’isola di Hong Kong per 79 giorni. La ragione delle proteste era una modifica al sistema elettorale del governatore dell’isola di Hong Kong da parte del governo centrale di Pechino. La modifica è stata comunque apportata e l’elezione del governatore, avvenuta nel maggio 2017, è stata svolta secondo le regole decise da Pechino e senza suffragio universale. L’attuale governatrice, Carrie Lam, è accusata dalla popolazione di Hong Kong di essere stata scelta dal governo centrale cinese.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e inglesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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