Gerusalemme: Europa commenta intervento USA

Pubblicato il 9 dicembre 2017 alle 10:32 in Israele Palestina

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Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania e Svezia hanno esortato gli Stati Uniti a proporre accordi di pace dettagliati tra Israele e i palestinesi, affermando che il riconoscimento americano di Gerusalemme come capitale di Israele non è stato d’aiuto.

La svolta effettuata mercoledì 6 dicembre 2017 dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che dopo circa settant’anni di politica americana ha rovesciato la linea di condotta del Paese riconoscendo ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele, ha provocato l’insorgere dei palestinesi. Nelle due giornate seguenti, giovedì 7 e venerdì 8 dicembre, i palestinesi sono insorti: centinaia di persone sono rimaste ferite negli scontri che hanno infiammato la Striscia di Gaza e la Cisgiordania e almeno 2 persone sono morte nel combattimento contro le truppe israeliane.

Venerdì 8 dicembre, in un contesto segnato dalla rabbia che la mossa di Trump ha suscitato all’interno del mondo arabo e le preoccupazioni manifestate degli alleati occidentali degli Stati Uniti, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si è riunito su richiesta di 8 dei suoi 15 membri: Gran Bretagna, Francia, Svezia, Bolivia, Uruguay, Italia, Senegal ed Egitto. In una dichiarazione congiunta rilasciata dopo l’incontro, Gran Bretagna, Francia, Germania, Svezia e Italia hanno commentato il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e il progetto di Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, sostenendo che tale mossa non sia stata utile ai fini di una futura pace nella regione. I cinque Stati hanno inoltre aggiunto di essere pronti a contribuire a ogni credibile sforzo volto a ricominciare il processo di pace, sulla base di parametri concordati a livello internazionale, per arrivare a una soluzione duratura. In questo senso i Paesi coinvolti hanno poi fatto appello all’amministrazione di Trump affinché si impegni a preparare nel dettaglio delle proposte mirate alla risoluzione delle tensioni che la manovra americana ha riacceso tra israeliani e palestinesi.
L’ambasciatore egiziano all’ONU, Amr Aboulatta, ha affermato che la decisione presa dagli Stati Uniti avrà un impatto negativo e pericoloso sul processo di pace in corso nella regione. Per contro, l’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, Nikki Haley, ha affermato che Washington ha credibilità come mediatore sia con Israele sia con i palestinesi, e ha accusato l’ONU di arrecare danno al processo di pace attraverso critiche e prese di posizione ingiuste nei confronti di Israele. “Israele non sarà mai, e non dovrebbe mai essere, spinta coercitivamente a un accordo dalle Nazioni Unite, né da qualsivoglia coalizione di Paesi che faccia prova di trascurare la sicurezza israeliana”, ha commentato l’ambasciatrice degli Stati Uniti. Haley ha inoltre affermato che il presidente Trump è concretamente impegnato nel processo di pace e che gli USA non hanno compiuto alcuna presa di posizione in merito ai confini di Gerusalemme né avevano intenzione di implicare cambiamenti allo status quo attuale dei luoghi santi della città. Secondo l’ambasciatrice americana, le azioni intraprese dal suo Paese sono mirate a contribuire all’avanzamento della pace. A suo dire, l’America è vicina alla realizzazione di tale obiettivo come mai lo è stata prima.
Sempre nella giornata di venerdì 8 dicembre, il segretario di Stato americano Rex Tillerson, in occasione di una conferenza stampa a Parigi, ha affermato che qualunque decisione finale inerente allo stato di Gerusalemme dipenderà dai negoziati tra i diretti interessati, ossia gli israeliani e i palestinesi. Il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, Nickolay Mladenov, ha informato il Consiglio di Sicurezza della concreta e imminente possibilità che si verifichi una escalation violenta nella regione; tale reazione sarebbe da scongiurare in ogni modo poiché, secondo Mladenov, non farebbe che allontanare le forze in campo dal comune obiettivo di pace.

Israele considera come sua capitale l’intera Gerusalemme; i palestinesi reclamano invece la parte orientale della città come capitale di un loro futuro Stato indipendente. Gerusalemme Est fu annessa da Israele dopo la sua conquista durante il conflitto arabo-israeliano del 1967 e a oggi sono molti i Paesi che la considerano un “territorio occupato”. Allo stesso modo viene considerata la Città Vecchia, che ospita i siti santi per musulmani, ebrei e cristiani.
Una risoluzione adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU a dicembre 2016 sottolineava che le Nazioni Unite non avrebbero riconosciuto cambiamenti delle direttive risalenti al 4 giugno 1967, ivi inclusa la questione di Gerusalemme, fatto salvo per eventuali accordi che ambo le parti raggiungessero tramite negoziati. Di fatto, questa decisione rese invalida l’occupazione di varie zone della regione che Israele aveva continuato a effettuare all’indomani del 1967, e costrinse il governo israeliano a interrompere ogni attività nei “territori occupati” palestinesi e a Gerusalemme est. Tale risoluzione passò con 14 voti a favore e grazie all’astensione dell’ex presidente americano Barack Obama e della sua amministrazione; per essere approvato, infatti, il documento aveva bisogno di almeno 9 voti a favore e di nessun veto dei membri permanenti del Consiglio, cioè Stati Uniti, Francia, Russia, Regno Unito e Cina. Israele, alleato americano di lunga data, non prese bene la linea di condotta di Obama in quell’occasione, ma al contrario tentò invano una protesta in cui chiedeva di attendere l’insediamento di Trump prima di deliberare sulla questione.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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