Giordania: il problema dei rifugiati siriani

Pubblicato il 3 dicembre 2017 alle 7:31 in Giordania Medio Oriente

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Circa 1000 rifugiati siriani tornano in patria dalla Giordania ogni mese da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco nel sud della Siria, secondo quanto riferito dalle Nazioni Unite.

Il 9 luglio 2017, a margine del G20, che si era tenuto ad Amburgo, gli Stati Uniti, la Russia e la Giordania avevano concordato l’imposizione di un cessate il fuoco nelle zone di Quneitra, Daraa e Suweida, situate nella Siria meridionale.

In seguito alla realizzazione di tale accordo, “il numero dei siriani che ritornano volontariamente nel Paese è aumentato”, secondo quanto ha dichiarato il portavoce dell’UNHCR di Amman, Mohammed Al-Hiwari, il quale ha aggiunto: “Oggi, il numero dei rimpatriati ha raggiunto una media di 1.000 al mese”. A differenza del periodo compreso tra gennaio e giugno 2017, durante il quale il numero totale dei rifugiati siriani tornati in patria è stato di 1.700, nell’agosto 2017 i rifugiati che sono rientrati volontariamente in Siria sono stati circa 1.203, mentre a settembre 1.078.

La Giordania condivide con la Siria un confine che si estende per più di 370 km. Per questo motivo, fin dallo scoppio della guerra civile, che è iniziata il 15 marzo 2017, i cittadini siriani fuggiti dal conflitto si sono rifugiati nel Regno Hashemita. Stando ai dati diffusi dalle Nazioni Unite, al momento, la Giordania starebbe ospitando più di 650.000 rifugiati siriani, mentre le autorità di Amman affermano che il numero reale si aggiri intorno all’1,3 milioni.

La questione dei rifugiati siriani ha costituito una sfida molto grande per la Giordania, un Paese non particolarmente ricco di risorse naturali, in cui il tasso di disoccupazione era del 18,2% nel primo trimestre del 2017. I siriani che oltrepassano il confine vengono mandati nel campo profughi di Azraq, situato in un’area desertica a circa 60 km a est di Amman. La Giordania non è un Paese firmatario della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo statuto dei rifugiati, pertanto non ha l’obbligo di registrare i rifugiati come richiedenti asilo. Tuttavia, il Paese ha firmato la Convenzione contro la tortura del 1984, di conseguenza non può rimandare coloro che si rifugiano nel suo territorio nel Paese d’origine, se in questo è presente il rischio che vengano torturati.

Nonostante ciò, negli ultimi anni, in Giordania si sono verificati episodi di rimpatrio forzato dei rifugiati siriani. In merito alla questione, il 2 ottobre 2017, l’organizzazione umanitaria Human Rights Watch aveva pubblicato un report dal titolo “I have no idea why they sent us back: Jordanian deportations and expulsions of Syrian refugees”, nel quale denunciva la deportazione e l’espulsione di massa dei rifugiati siriani da parte delle autorità giordane. Stando ai dati riportati nel documento, nei primi 5 mesi del 2017, le autorità di Amman avrebbero deportato circa 400 rifugiati siriani al mese. Inoltre, nello stesso periodo, ogni mese circa 300 rifugiati siriani sarebbero tornati in patria volontariamente, mentre altri 500 in circostanze poco chiare. Precedentemente, si erano verificati episodi di espulsione e di deportazione dalla Giordania alla Siria verso la metà del 2016. Secondo quanto riferito dall’organizzazione umanitaria, tali episodi si sarebbero verificati in seguito ad attacchi armati contro le forze giordane. Nonostante ciò, le autorità di Amman non avrebbero fornito prove che testimonierebbero il coinvolgimento dei deportati negli attacchi.

In merito al fenomeno del ritorno a casa volontario dei rifugiati siriani, il portavoce dell’UNHCR di Amman ha sottolineato che la propria organizzazione “non incoraggia il ritorno nelle zone siriane ritenute pericolose”, dal momento che i siriani che in zone non ancora sicure rischiano di andare incontro a torture e gravi violenze.

La situazione umanitaria della Siria, infatti, non si è ancora stabilizzata. Nonostante lo Stato Islamico sia stato sconfitto militarmente il 19 novembre 2017, in seguito alla liberazione di Albu Kamal, l’ultima roccaforte dell’organizzazione in Siria, continuano gli scontri per sconfiggere gli ultimi militanti dello Stato Islamico, che si sarebbero rifugiati nelle zone desertiche vicine alle ex roccaforti.

Nel frattempo, il regime siriano sta cercando di riprendere possesso dei territori che gli sono stati sottratti dall’opposizione. La situazione più grave a livello umanitario è quella della regione del Ghouta, situata nella campagna orientale di Damasco. Nel territorio, circa 350 mila civili si trovano in uno stato di assedio da parte delle forze del regime, dal dicembre 2012. Tra queste persone, costrette a morire di fame, più di 1 100 bambini soffrono di gravi forme di malnutrizione e altre centinaia sono ad alto rischio, stando ai dati dell’UNICEF. Negli ultimi mesi le milizie fedeli a Bashar Al-Assad, sostenute dai raid aerei russi, hanno stretto ancora di più l’assedio sul territorio, impedendo agli abitanti di ricevere cibo e medicine. Inoltre, numerosi gruppi armati che controllano il territorio hanno reso difficoltoso il lavoro delle organizzazioni umanitarie. Tutto ciò ha causato la morte di un ingente numero di civili, tra i quali numerosi bambini. Martedì 28 novembre 2017, un convoglio delle Nazioni Unite è riuscito ad entrare nel territorio, portando risorse alimentari e medicinali sufficienti per aiutare circa 7.200 persone. Lo stesso giorno, il regime siriano ha accettato una tregua proposta dal Ministero della Difesa russo, che prevede un cessate il fuoco della durata di due giorni.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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