Unione Europea: l’ISIS rimane una minaccia

Pubblicato il 2 dicembre 2017 alle 7:31 in Approfondimenti Europa

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Nonostante l’ISIS sia stato sconfitto a livello territoriale, rimane ancora una minaccia, secondo quanto riferito dal coordinatore dell’antiterrorismo dell’Unione Europea, Gilles de Kerchove.

Con la liberazione di Albu Kamal in Siria, avvenuta il 19 novembre 2017, e di Rawa in Iraq, il 17 novembre, lo Stato Islamico è stato sconfitto definitivamente a livello militare e il califfato è caduto. Al momento, l’ISIS sarebbe in possesso di circa il 4% del territorio che controllava in passato e i propri militanti si starebbero nascondendo nelle zone desertiche vicino alle ex roccaforti dell’organizzazione. La sconfitta più significativa per lo Stato Islamico è stata la liberazione di Raqqa, avvenuta il 17 ottobre 2017. Tale vittoria ha avuto un significato profondo nella campagna contro le milizie estremiste, dal momento che la città costituiva la capitale dello Stato Islamico e un centro operativo dal quale l’organizzazione monitorava la gestione delle aree orientale, centrale e settentrionale della Siria e dal quale pianificava gli attacchi.

Nonostante l’ISIS sia stato definitivamente sconfitto a livello territoriale, l’organizzazione continua a costituire una minaccia, secondo quanto affermato dal coordinatore dell’antiterrorismo dell’Unione Europea, Gilles de Kerchove. Le sfide che lo Stato Islamico continua a porre, anche dopo essere stato annientato, sono due.

La prima sfida è costituita dai foreign fighters, i combattenti stranieri che hanno lasciato i propri Paesi di origine per unirsi alle fila dello Stato Islamico. Dopo la liberazione delle città sotto il controllo dell’organizzazione, si è diffuso il timore in merito alla questione del rimpatrio di tali combattenti. In tale contesto, de Kerchove ha dichiarato che, finora, il flusso di foreign fighters che sono tornati in Europa in seguito alla perdita del territorio da parte dello Stato Islamico non è stato massiccio come si pensava. Nonostante questo, tali persone costituiscono una minaccia, poiché condividono l’ideologia dello Stato Islamico in maniera profonda.

Secondo un report pubblicato il 1 luglio 2017 dalla Commissione Europea, dal titolo “Responses to returnees: Foreign terrorist fighters and their families”, tra il 2011 e il 2016, circa 42.000 foreign fighters, provenienti da 120 Paesi, si sono uniti alle fila dello Stato Islamico. Di questi, circa 5.000 sono partiti dall’Europa. Il destino dei foreign fighters e delle loro famiglie una volta rimpatriati non è ancora chiaro e rappresenta una grande sfida per i Paesi di origine. I combattenti dell’ISIS che tornano nei Paesi di origine hanno varie età e nazionalità e soffrono di traumi emozionali e psicologici di vario genere. In merito alla questione, de Kerchove ha affermato che ai foreign fighters dovrebbe essere permesso di tornare in patria, ma a condizione che vengano sottoposti a programmi di riabilitazione efficaci.

La seconda sfida posta dallo Stato Islamico, nonostante la sua sconfitta a livello territoriale, è costituita dalla possibilità concreta che il gruppo possa rinascere in altre parti del mondo. Questo potrebbe accadere in Paesi in cui sono presenti “governi deboli”, in particolare Libia.

La Libia è devastata da una guerra civile dal 17 febbraio 2011. Al momento, nel Paese sono presenti due governi, il Governo di accordo nazionale, con a capo Fayez Al-Sarraj, che ha la sua sede a Tripoli ed è ufficialmente riconosciuto dalla comunità internazionale, e uno a Tobruk, il cui uomo forte è il generale Khalifa Haftar, capo della Libyan National Army. Nella capitale libica, esiste anche una terza entità politica costituita dai seguaci di Khalifa Al-Ghawil, leader del General National Congress, che ha governato fino all’insediamento del Governo di accordo nazionale. Nel Paese, i militanti dello Stato Islamico, che, dopo la liberazione di Sirte, avvenuta il 5 dicembre 2016, si erano rifugiati nella zona desertica nel centro del Paese, si sono riorganizzati in un “esercito del deserto”, guidato dal militante libico Al-Mahdi Salem Dangou, meglio conosciuto con il nome di Abu Barakat. L’esercito sarebbe composto da tre brigate, ciascuna con un proprio comandante. I militanti hanno più volte colpito alcuni posti di blocco sulle strade che conducono verso le zone orientale e meridionale di Sirte e avrebbero portato a termine attacchi terroristici contro le forze locali.

Nonostante l’ISIS continui a essere una minaccia internazionale, de Kerchove ha dichiarato che “senza un califfato fisico, sarà molto più difficile per l’organizzazione ripetere quello che ha fatto e attirare così tante persone” e ha aggiunto: “Ciò non significa che la partita sia finita. Dobbiamo ancora affrontare l’ideologia. In Europa, vediamo sempre più persone votate al terrorismo, al terrorismo cresciuto in casa. L’ISIS probabilmente si svilupperà in un modo o in un altro in zone in cui ci sono governi deboli”, intendendo sia Paesi in cui vi sono governi deboli, “come in Libia o in Afghanistan”, sia luoghi “più difficili da controllare, come nel Sinai”. Nella penisola del Sinai, in Egitto, sono molto attivi vari gruppi terroristici, tra questi vi è un movimento affiliato allo Stato Islamico, che si autodefinisce “Stato del Sinai”. Il gruppo ha più volte rivendicato la paternità di attacchi terroristici avvenuti nell’area contro le forze della polizia egiziana. Recentemente, un nuovo gruppo estremista è apparso sulla scena egiziana. Il 24 novembre 2017, si è verificato un attentato terroristico nella moschea di Al-Rawdah, situata nei pressi della città di Al-Arish, capoluogo del governatorato egiziano del Sinai del Nord. L’attacco ha causato la morte di 305 persone e il ferimento di altre 109. Nonostante non sia ancora stato rivendicato, si teme che l’attentato sia stato perpetrato dallo Stato del Sinai.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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