Crisi dei Rohingya: ecco la ricetta della Cina

Pubblicato il 20 novembre 2017 alle 20:30 in Cina Myanmar

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La Cina ha proposto un approccio in 3 fasi per risolvere la crisi umanitaria della minoranza etnica musulmana Rohingya, in Myanmar, con le parole del Ministro degli Esteri, Wang Yi.

La Cina è sempre più impegnata a costruire il suo status di potenza internazionale e la sua “politica estera per la nuova era” in cui il socialismo con caratteristiche cinesi è entrato a partire dal XIX Congresso del Partito Comunista Cinese ne è la prova. Si tratta di una politica estera che prevede una più ampia partecipazione alle principali questioni dell’agenda internazionale e la presentazione di proposte o “ricette” cinesi per risolverle. Questo è quanto è accaduto con la crisi umanitaria della minoranza etnica musulmana Rohingya che il Myanmar e il Bangladesh stanno affrontando.

I rappresentanti diplomatici di 51 Paesi asiatici ed europei si sono riuniti nella capitale del Myanmar, Naypyitaw, lunedì 20 novembre, e il Ministro degli Esteri della Cina ha approfittato per presentare la proposta del suo Paese per risolvere la questione. Si tratta di un approccio in tre fasi che prevede un’ampia cooperazione tra i due Paesi maggiormente coinvolti nella crisi, Myanmar e Bangladesh.

La prima fase prevede il cessate il fuoco e la fine della campagna militare dell’esercito birmano, in modo che lo stato di Rakhine possa tornare in uno stato di ordine e stabilità e le persone non “debbano più essere costrette a scappare”. Questa prima fase, secondo il ministro Wang Yi, è stata già quasi conclusa grazie all’impegno di Bangladesh e Myanmar, ma ciò che è necessario è evitare che si accendano nuovi focolai di battaglia.

La seconda fase consiste nell’impegno da parte di Myanmar, Bangladesh e della comunità internazionale per rafforzare il dialogo con i Rohingya al fine di trovare dei canali per avviare un “negoziato amichevole” che sia in grado di risolvere la crisi.

La terza fase è una fase in cui occorre andare “alla radice del problema, curando quest’ultima e non solo i sintomi superficiali”, secondo quanto affermato da Wang Yi. Secondo la Cina, la radice del problema è da ricercarsi nei conflitti che nascono quando un gruppo etnico verte in condizioni di povertà. Lo stato di Rakhine – dove la minoranza etnica Rohingya è concentrata in Myanmar – è ricco di risorse, ma la sua economia è piuttosto arretrata. Secondo il capo della diplomazia cinese, la comunità internazionale dovrebbe rafforzare il sostegno alla povertà nella regione, affrancandosi dalla povertà la popolazione potrebbe svilupparsi e ottenere maggiore stabilità. “La Cina è disposta a dare un contributo e a svolgere un ruolo pro-attivo nel fornire aiuti alla popolazione”.

La povertà può essere considerata una concausa della situazione della minoranza etnica Rohingya, tuttavia la radice dei problemi è da ricercarsi nello status particolare di questo gruppo etnico in Myanmar. I Rohingya, infatti, non godono della cittadinanza birmana e vengono considerati immigrati clandestini dal Bangladesh, per questo sono soggetti a discriminazioni e non hanno accesso ai principali servizi sociali. Questa condizione ha portato alcuni gruppi di Rohingya – minoranza musulmana in uno stato a maggioranza buddista – ad organizzarsi e a fondare l’ARSA – Arakan Rohingya Salvation Army – un’organizzazione estremista e militante nata con lo scopo di difendere la minoranza etnica.

I Rohingya sono stati oggetto di una violenta campagna militare condotta dall’esercito birmano in risposta a una serie di attacchi effettuati dai militanti estremisti dell’ARSA, a partire dal mese di ottobre 2016. Il 24 agosto 2017, la situazione è peggiorata in seguito a una nuova serie di attentati alle stazioni di polizia che ha causato una stretta ulteriore da parte dell’esercito e lo spostamento di più di 600 mila rifugiati che hanno attraversato il confine e cercato asilo nei campi di accoglienza in Bangladesh.

L’esercito birmano è accusato dalle organizzazioni per i diritti umani di aver condotto atrocità nei confronti dei civili Rohingya e in molti hanno accusato la leader democratica del Myanmar e Premio Nobel per la Pace Aung San Suu-kyi di non aver fatto abbastanza per proteggere la minoranza etnica. Aung San Suu-kyi è il Consigliere per gli Esteri del governo birmano ed è stata lei ad aprire il meeting con i Ministri degli Esteri degli altri Paesi, domenica 19 novembre.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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