Tillerson in Myanmar: stop alla violenza contro i Rohingya

Pubblicato il 15 novembre 2017 alle 21:11 in Asia Myanmar

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Il Segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, è giunto in Myanmar dove è pronto a mettere pressione alla leader civile e premio Nobel per la Pace, Aung San Suu-kyi e al capo delle forze armate perché pongano fine alle violenze nello stato di Rakhine, casa della minoranza etnica musulmana Rohingya.

Rex Tillerson, di ritorno dal viaggio in Asia in cui ha accompagnato il presidente Trump, ha fatto tappa in Myanmar, nella capitale Nay Pyi Taw, mercoledì 15 novembre. Tillerson incontrerà prima il comandante capo dell’esercito birmano, Min Aung Hlaing, e poi la leader democratica Aung San Suu-kyi, con cui ha già avuto modo di parlare al margine del vertice ASEAN di Manila, il 14 novembre.

La ragione della visita del capo della diplomazia di Washington è la crisi umanitaria della minoranza etnica musulmana Rohingya che si protrae dall’ottobre 2016, ma che ha registrato un netto peggioramento dal 25 agosto scorso. L’esercito birmano ha avviato una campagna militare nello stato nord-occidentale di Rakhine, dove è concentrata la minoranza etnica, in seguito a una serie di attacchi condotti dai militanti islamisti dell’ARSA (Arakan Rohingya Salvation Army), nell’ottobre 2016. Dopo quasi un anno di accuse di violenze e di aver condotto operazioni di pulizia etnica a carico dell’esercito, il 24 agosto scorso i militanti dell’ARSA hanno avviato una nuova serie di attacchi alle stazioni di polizia di confine, che hanno portato a una stretta da parte dell’esercito. Dalla fine di agosto sono più di 600 mila i Rohingya fuggiti dai loro villaggi e giunti nei campi di accoglienza, sovraffollati, del vicino Bangladesh.

L’esercito birmano si discolpa di tutte le accuse e afferma di aver condotto operazioni mirate esclusivamente a colpire i ribelli Rohingya e non i civili. Intanto, in tutto il Myanmar a maggioranza buddista, si è diffusa una forte tensione tra musulmani e buddisti. L’esercito è accusato dai rifugiati e dalle organizzazioni per i diritti umani di aver condotto omicidi, violenze e uccisioni di massa ai danni dei civili.

Tillerson incontrerà in primo luogo il comandante in capo dell’esercito, Min Aung Hlaing, per chiedergli di fermare la violenza dell’esercito e far sì che i Rohingya possano tornare nei loro villaggi. Il Segretario di Stato chiederà anche che vengano condotte “indagini credibili” degli abusi, secondo quanto riferito da un ufficiale del Dipartimento di Stato alla vigilia della visita. Non è chiaro se Tillerson minaccerà di imporre sanzioni militari al Myanmar, un’opzione che è stata discussa all’interno del Congresso americano. “Crediamo che il Myanmar abbia fatto dei progressi importanti negli ultimi anni e non vogliamo vedere quel progresso invertirsi a causa di una risposta inadeguata a una crisi come questa”, ha dichiarato l’ufficiale.

Il Segretario di Stato incontrerà anche Aung San Suu-kyi, premio Nobel per la Pace e consigliere di stato per gli affari esteri del Myanmar dal 2016, accusata dalla comunità internazionale di aver fallito nella gestione della crisi umanitaria dei Rohingya. In molti, soprattutto all’interno delle organizzazioni per i diritti umani, ritengono che Aung San Suu-kyi avrebbe dovuto condannare apertamente l’operato dell’esercito e difendere la minoranza etnica di fronte alle tendenze sempre più forti di islamofobia che si diffondono nel Paese. Secondo Washington, Aung San Suu-kyi deve avere un ruolo chiave nella gestione della crisi, ma finora anche gli Stati Uniti sono stati cauti nell’accusare l’esercito apertamente. Questo perché sebbene il Myanmar abbia ora un governo democraticamente eletto, in base alla costituzione che risale all’epoca della giunta militare, l’esercito controlla ancora alcuni dei ministeri più importanti del Paese.

Gli Stati Uniti sono stati un alleato importante nella transizione democratica del Myanmar, basata su un accordo per la condivisione del potere tra il governo eletto e guidato da Aung San Suu-kyi e l’esercito, avvenuta nel 2016. Tale transizione ha messo fine a 50 anni di governo brutale da parte della giunta militare.

I sostenitori del premio Nobel per la Pace ritengono che la sua sia una posizione molto delicata e che debba fare estrema attenzione a non mettersi contro l’esercito provocandolo in modo troppo aperto, perché ciò potrebbe condurre a un colpo di mano e al ritorno al governo militare.

Prima dell’arrivo di Tillerson, l’esercito birmano si è discolpato da ogni accusa di abusi basandosi su un’indagine interna i cui risultati sono stati resi noti lunedì 13 novembre. L’esercito afferma che le sue truppe non hanno ucciso civili, violentato donne o usato “forza eccessiva” nello stato di Rakhine. Secondo i gruppi di attivisti per i diritti umani, l’indagine interna è solo un tentativo di “insabbiare” le atrocità commesse dall’esercito. Finora, il Myanmar non ha permesso a una delegazione internazionale creata dall’Onu di entrare nella zona di conflitto nello stato di Rakhine per condurre indagini autonome.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano di politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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