E se Puigdemont vincesse le elezioni del 21 dicembre?

Pubblicato il 13 novembre 2017 alle 9:16 in Il commento Spagna

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Rai UnoPuigdemont potrebbe vincere le elezioni del 21 dicembre. Una simile eventualità aprirebbe due scenari.

Nel primo scenario, Puigdemont rinuncia alla secessione nei fatti che però continuerebbe a sostenere a parole. Ai partiti capita spesso di separare la teoria dalla prassi quando non possono attuare il loro programma ideologico. L’esempio è quello del partito comunista italiano che celebrava la rivoluzione del proletariato, ma non la organizzava. Madrid accetterebbe di buon grado le intemperanze retoriche degli indipendentisti in cambio dell’unità nazionale. La retorica della secessione è meglio della secessione.

 Nel secondo scenario, Puigdemont riprende la strada della secessione con impeto crescente. L’esito sarebbe una nuova repressione da parte di Madrid. Non esiste infatti nessuna possibilità che Puigdemont crei uno Stato di Catalogna sovrano e indipendente nel cuore dell’Europa. Per comprendere il perché, occorre mettere la politica con i piedi per terra. Il che significa liberarsi dei ragionamenti basati sul diritto o sulle ideologie. Gli indipendentisti ritengono che il governo di Madrid avrebbe represso la secessione perché è animato da un’ideologia autoritaria legata al franchismo. È sbagliato. Che si tratti di un regime democratico o autoritario, gli Stati agiscono nello stesso modo tutte le volte che una forza politica cerca di amputarli dall’interno. Lo Stato turco, guidato dal sunnita Erdogan vicino agli islamisti della Fratellanza Musulmana, reprime i tentativi di secessione dei curdi; lo Stato iraqeno, guidato dallo sciita al-Abadi vicino alla teocrazia iraniana, ha represso la secessione dei curdi iraqeni; lo Stato italiano, che è uno Stato liberale, stroncò sul nascere il tentativo di Bossi di intraprendere la strada della secessione. Il 12 agosto 1996, il procuratore della repubblica di Verona, Guido Papalia, avviò un’indagine sulla Guardia Nazionale Padana, sospettata di essere un’organizzazione paramilitare tesa ad attentare all’unità dello Stato. Il 18 settembre 1996, la Digos entrò nella sede della Lega Nord in Via Bellerio a Milano e piegò la resistenza di Roberto Maroni che si era opposto alla perquisizione. Fine della secessione. Bossi continuò a predicarla, senza praticarla.

Vi sono due modi di analizzare i fatti quando un movimento sfida l’unità dello Stato. Il primo consiste nel fare discorsi giuridici e il secondo nel contare i soldati e gli alleati. È semplice: o Puigdemont si procura un esercito oppure dovrà trovare uno Stato straniero che glielo presti. I curdi iraqeni non si separeranno dall’Iraq perché sono più deboli dello Stato iraqeno; i curdi turchi non si renderanno indipendenti dalla Turchia perché sono più deboli dello Stato turco; Bossi non si separò dall’Italia perché era più debole dello Stato italiano e i palestinesi non si separeranno da Israele perché sono più deboli dello Stato israeliano. Puigdemont non ha un esercito ed è stato isolato da tutti gli Stati del blocco occidentale. Una volta messa la politica con i piedi per terra, possiamo prefigurare ciò che accadrà: la Catalogna non si separerà dalla Spagna. Tutto ciò che Puigdemont potrà ottenere, se andrà avanti sulla strada della secessione, è un’escalation della violenza che trasformerà Barcellona da città libera a città oppressa. A ogni secessione, seguirà una repressione.

Il diritto ha la massima importanza in tempo di pace. In tempo di guerra, invece, non conta niente o quasi. Ecco perché non ha alcun senso domandarsi se, in base all’articolo 155 della Costituzione spagnola, il governo di Madrid abbia operato in modo legittimo contro il governo catalano. La legalità dello Stato spagnolo non prevede, in termini pratici, la secessione perché nessuno Stato prevede la propria autodistruzione. Ciò a cui abbiamo assistito a Barcellona l’1 ottobre 2017, giorno del referendum per l’indipendenza, non è altro che una guerra in miniatura: da una parte un movimento politico che cercava di smembrare lo Stato spagnolo e dall’altro lo Stato spagnolo che reagiva per tenere unite le proprie membra.

Quando si innesca un conflitto politico basato sull’alternativa tra la vita e la morte, l’esito è sempre lo stesso: vince il più forte. Il finale già scritto di ogni secessione può essere modificato soltanto se il più debole trova uno Stato straniero disposto ad accorrere in suo aiuto contro il governo centrale. Puigdemont è solo e senza esercito.

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Articolo pubblicato su “il Messaggero” nella rubrica ATLANTE di Alessandro Orsini, domenica 12 novembre 2017

 

 

 

 

 

di Alessandro Orsini

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