Myanmar: l’Onu può danneggiare il rimpatrio dei Rohingya

Pubblicato il 8 novembre 2017 alle 20:25 in Asia Myanmar

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Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha criticato aspramente la gestione della crisi umanitaria dei Rohingya da parte del governo del Myanmar. Questo atteggiamento può “danneggiare seriamente” gli sforzi per rimpatriare la minoranza islamica Rohingya ora rifugiata in Bangladesh, secondo il governo birmano.

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha chiesto al Myanmar di fermare le operazioni militari che hanno spinto più di 600 mila membri della minoranza etnica musulmana Rohingya a lasciare lo stato di Rakhine, nel Myanmar nord-occidentale, dal 23 agosto, in seguito a una serie di attacchi condotti dai militanti Rohingya ai

danni delle stazioni di polizia locali.

Il comunicato diffuso dalle Nazioni Unite espresse “grande preoccupazione” in merito alle violazioni dei diritti umani dei Rohingya da parte delle “forze di sicurezza del Myanmar” che avrebbero continuato a commettere omicidi, violenze sessuali e a invadere case e proprietà appartenenti alla minoranza etnica.

L’Alto Commissariato Onu per i diritti umani e le altre organizzazioni internazionali a tutela dei diritti umani hanno definito la campagna militare dell’esercito birmano contro la minoranza etnica Rohingya come un’operazione deliberata di pulizia etnica.

Secondo l’ufficio della leader civile del Myanmar, Aung San Suu-kyi, il comunicato dell’Onu “ignora il fatto che la questione può essere risolta solo bilateralmente in modo amichevole tra due paesi confinanti, il Myanmar e il Bangladesh”.

La dichiarazione del Consiglio di Sicurezza “potrebbe danneggiare seriamente i negoziati bilaterali tra i due paesi che sono andati avanti finora in modo liscio e rapido”, ha aggiunto il governo del Myanmar.

I due paesi coinvolti nella gestione della crisi umanitaria della minoranza etnica musulmana Rohingya sono riusciti ad avviare il dialogo su come rimpatriare i più di 600 mila rifugiati che affollano i campi di accoglienza vicino al confine in Bangladesh, nel distretto di Cox’s Bazar, ma non hanno raggiunto un accordo definitivo. Le due parti si accusano a vicenda per i continui ritardi e rimandi del processo negoziale.

La crisi umanitaria dei Rohingya ha sollevato aspre critiche da parte della comunità internazionale nei confronti della leader democratica birmana e premio Nobel per la Pace Aung San Suu-kyi. La donna, che è anche ministro degli esteri del Myanmar, non si è esposta a tutela dei diritti della minoranza etnica, né ha cercato di contenere le sempre crescenti correnti anti-musulmani che si stanno diffondendo in Myanmar, paese a maggioranza buddista.

I gruppi per i diritti umani hanno chiesto alle Nazioni Unite di intraprendere un pacchetto di sanzioni ai danni del governo e dell’esercito birmano per punire le violazioni dei diritti dei Rohingya durante la campagna militare che prosegue ininterrotta dal mese di ottobre 2016. Gli Stati Uniti stanno tentando di trovare una soluzione diplomatica per la crisi e non hanno proposto sanzioni. Il Segretario di Stato, Rex Tillerson, sarà in Myanmar il 15 novembre, ai margini della visita di stato di Trump in Asia.

Sicurezza Internazionale quotidiano di politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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