Puigdemont: Alessandro Orsini risponde ai suoi critici

Pubblicato il 5 novembre 2017 alle 1:06 in Il commento

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NessunoCari lettori, rispondo a coloro che hanno criticato il mio articolo su Puigdemont.

La prima critica riguarda il mio linguaggio, giudicato da alcuni troppo duro e irrispettoso.

In realtà, non le mie parole, ma la scuola di pensiero alla quale mi richiamo tende a essere dura e irrispettosa nelle analisi politiche. Il realismo politico, perlomeno negli Stati Uniti, favorisce non soltanto un modo particolare di analizzare i fatti, ma anche uno stile di scrittura che tende a essere molto secco e diretto, come secca e diretta è la realtà quando si impone ai nostri sensi con la sua forza coattiva. In passato, ho definito l’Isis “un’organizzazione terroristica fallita”, “un morto che cammina”, “il nulla che avanza nel niente”. La realtà che abbiamo davanti agli occhi è che l’Isis, senza giri di parole, è stato raso al suolo nei suoi domini in Siria e in Iraq. Restano soltanto alcuni brandelli.

Un lettore ha scritto che io sarei un sostenitore del nazionalismo di Madrid: non è vero in alcun modo. Un altro lettore ha scritto che la mia analisi sugli indipendentisti catalani sarebbe completamente sbagliata perché la vicenda di Puigdemont dimostrerebbe che “la lotta è appena iniziata” e che gli Stati, compresa la Spagna, saranno presto travolti da moti indipendentisti inarrestabili. In realtà, non è vero che la lotta è appena iniziata. La lotta è appena finita. L’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno completamente isolato Puigdemont. Il fine politico di una simile scelta è, appunto, quello di far capire a tutti i Puigdemont europei che a nessuno di loro sarà consentito di avviare un processo di disgregazione degli Stati. Chiunque dica: “Vi faremo vedere noi!”, è semplicemente uno sconfitto, il quale sogna rivincite irrealistiche.

Se, invece di farci sopraffare dalle emozioni, analizziamo i fatti attraverso il metodo dell’osservazione, apparirà evidente che la battaglia non è stata tra Puigdemont e il governo di Madrid, bensì tra Puigdemont e un intero blocco di potenze ovvero Stati Uniti, Unione Europea e governo di Madrid, che poi è anche il blocco più potente che sia mai apparso sulla faccia della Terra. Nessun movimento indipendentista potrebbe mai avere successo all’interno di un’arena  caratterizzata da un tale squilibrio di forze. Non ci sono dubbi che Puigdemont sia stato un uomo privo di lungimiranza, come ho già scritto, e non c’è dubbio che la sua fine è miserabile, soprattutto se posta a confronto con le sue ambizioni. Per quanto una simile espressione possa infastidire i suoi sostenitori, questo è ciò che ci restituisce la realtà.

È stupefacente che, in queste ore, alcuni descrivano Puigdemont come un fine stratega che si sarebbe recato in Belgio perché in questo modo costringerebbe l’Europa a schierarsi. Come può non essere chiaro che Puigdemont è stato scaricato da tutti i paesi europei?

Il realismo politico può non piacere per la freddezza delle sue analisi e la ruvidezza della sua prosa, ma è lo strumento migliore di cui disponiamo per separare la retorica della politica dalla realtà della politica che, in ultima istanza, è lotta per il potere determinata da rapporti di forza.

Puigdemont non si è rifugiato in Belgio perché è un fine stratega, ma perché è un uomo politicamente fallito. Potrà forse dividere la Spagna, ma non potrà mai unire la Catalogna in uno Stato sovrano e indipendente. Per riuscire in una simile impresa, gli occorrerebbe un esercito potente per sopraffare Madrid. Se non lo ha, deve trovare uno Stato che entri in guerra per difenderlo, di cui però non esiste traccia. La politica è un fenomeno complesso che però diventa molto semplice nella fase finale dello scontro: vince il più forte. 

Grazie di leggere Sicurezza Internazionale.

 

di Alessandro Orsini

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