Il fascino dell’ISIS sui cittadini dell’Uzbekistan

Pubblicato il 3 novembre 2017 alle 6:01 in Asia Uzbekistan

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In seguito all’attentato di New York del 31 ottobre 2017, in cui Sayfullo Saipov, un 29enne di origini uzbeke ha ucciso 8 persone e ferite altre 11 travolgendole alla guida di un camion, l’attenzione del mondo si è spostata sull’Asia Centrale.

In questi giorni, i media americani hanno reso noto che le cinque ex repubbliche sovietiche, quali Uzbekistan, Kazakistan, Turkmenistan, Tajikistan e Kirghizistan, sono considerate un’area particolarmente propizia per le cellule dell’ISIS. Secondo le stime del Souphan Group, circa 5,000 foreign foighters provenienti dall’Asia centrale sono partiti per la Siria e l’Iraq, di cui 1,500 originari dell’Uzbekistan.

Nel corso dei 16 mesi passati, diversi cittadini uzbeki hanno preso parte ad attacchi terroristici. Il 28 giugno 2016, tre attentatori originari dell’Uzbekistan e del Kirghizistan hanno attaccato l’aeroporto internazionale di Istanbul, uccidendo 45 persone e ferendone altre 230. Il primo gennaio 2017, Abdulgadir Masharipov, cittadino uzbeko, ha ucciso 39 persone e ne ha ferite altre 70 presso il Reina nighclub di Istanbul. Infine, il 7 aprile 2017, l’uzbeko Rakhmat Akilov, ha investito i pedoni lungo una strada di Stoccolma, causando la morte di 4 persone. A questi incidenti, si aggiunge quello del 31 ottobre 2017 a New York, causato dall’uzbeko Saipov.

L’Uzbekistan, situato a nord dell’Afghanistan, ha una popolazione di circa 32 milioni di persone. Da lungo tempo, le sue autorità lottano contro i gruppi terroristici locali, come l’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU), fondato nel 1988 con il fine di stabilire uno Stato Islamico nella regione, rovesciando il regime dell’allora leader Islom Karimov. Dopo essersi affiliato ad al-Qaeda, nel settembre 2014, l’Islamic Movement of Uzbekistan ha giurato fedeltà all’ISIS. Dal 2000, gli Stati Uniti lo considerano un’organizzazione terroristica.

Il presidente dell’Uzbekistan, Shavkat Mirziyoyev, salito al potere alla morte di Karimov nel settembre 2016, ha condannato l’attacco del 31 ottobre, inviando una lettera di condoglianze a Donald Trump e offrendo il proprio appoggio nelle indagini del caso. L’elezione di Mirziyoyev ha segnato un’importante transizione politica nella ex repubblica sovietica, in quanto il regime di Karimov era stato caratterizzato dalla repressione e dagli abusi contro i cittadini. Sotto di lui, i prigionieri politici venivano altresì torturati, e qualsiasi forma di dissenso veniva messa a tacere con la violenza. Tali pratiche sono state spesso denunciate dai gruppi umanitari. Recentemente, Human Rights Watch ha reso noto che la presidenza di Mirziyoyev ha portato cambiamenti positivi in Uzbekistan, e ha invitato il nuovo leader a mettere in atto una trasformazione istituzionale, al fine di migliorare ulteriormente il rispetto dei diritti umani.

Data l’attività dei gruppi islamisti presenti nel Paese, il presidente mira a rafforzare la collaborazione con le autorità degli Stati vicini, soprattutto il Tajikistan e il Turkmenistan, per meglio affrontare la minaccia terroristica.

Nonostante tale volontà, il New York Times spiega che le regioni dell’Asia centrale, soprattutto il Caucaso e l’Uzbekistan, continuano a produrre simpatizzanti dello Stato Islamico. Secondo gli analisti, ciò è stato possibile per due fattori. Il primo fattore è costituito dalle politiche repressive dell’ex leader uzbeko Karimov, che hanno forzato decine di migliaia di cittadini a lasciare il proprio Paese per trovare rifugio all’estero. Ne è conseguito che, nel 2013, circa 60,000 uzbeki vivevano negli Stati Uniti. Il secondo fattore è costituito dalla capacità dell’ISIS di produrre materiale propagandistico diretto specificatamente ai migranti dell’Asia centrale. Il direttore del Central Asia Project dell’International Crisis Group, Deirdre Tynan ha spiegato che, grazie a questa propaganda personalizzata, giovani uzbeki isolati che vivono negli USA o altrove, magari insoddisfatti della propria vita e della propria posizione, diventano simpatizzanti dello Stato Islamico.

Questa considerazione si collega alla tesi della direttrice del Central Asia Program della Georgewotn University, Marlene Laruelle. In un articolo per Foreign Affairs, la Laurelle spiega che il terrorismo uzbeko di matrice islamista che interessa l’Europa e gli Stati Uniti non è soltanto il frutto di anni di politiche repressive, ma è anche il risultato di difficili processi di integrazione nelle società dei Paesi stranieri. A suo avviso, se le autorità europee e americane vogliono davvero ridurre la minaccia terroristica, dovranno mettere in atto politiche che limitino la diffusione dei processi di radicalizzazione tra gli immigrati.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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