Myanmar: Aung San Suu-kyi visita stato di Rakhine

Pubblicato il 2 novembre 2017 alle 16:08 in Asia Myanmar

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La leader democratica del Myanmar, il premio Nobel per la Pace Aung San Suu-kyi, è giunta a sorpresa nello stato di Rakhine, per visitare in prima persona la regione in cui da mesi va avanti la crisi umanitaria della minoranza etnica di religione musulmana Rohingya.

Aung San Suu-kyi ha deciso di effettuare una visita non annunciata nello stato di Rakhine, nel Myanmar nord-occidentale, dove è arrivata il 2 novembre. Il programma dettagliato della sua permanenza nello stato interessato da uno dei peggiori conflitti interni del paese non è stato reso noto. Ciò che si sa è che la consigliera di stato – questo il titolo ufficiale della leader del partito democratico – ha fatto tappa nella capitale di Rakhine, Sittwe e si sposterà in altre città interessate dal conflitto tra esercito e Rohingya. Non è chiaro se Aung San Suu-kyi si addentrerà nei villaggi della minoranza etnica semi-distrutti dalla violenta campagna militare che va avanti dall’ottobre 2016, ma ha registrato un inasprimento senza precedenti dalla fine di agosto 2017. Il portavoce del governo non ha reso noto se la leader tenterà o meno di incontrare ciò che rimane dei Rohingya nel suo paese.

Sono più di 600 mila i membri della minoranza etnica che hanno lasciato lo stato di Rakhine per fuggire nel vicino Bangladesh, dove sono ammassati in campi di accoglienza che hanno da molto superato la loro portata massima. Gli ultimi Rohingya ancora in Myanmar sono accampati lungo le rive del fiume – confine naturale tra Myanmar e Bangladesh – attendendo imbarcazioni di fortuna per la fuga.

La visita di Aung San Suu-kyi giunge dopo mesi di silenzio e dopo il suo primo intervento pubblico sulla questione lo scorso 19 settembre, nel quale chiedeva l’aiuto della comunità internazionale per gestire la crisi umanitaria dei Rohingya, senza però attribuire colpe chiare all’esercito birmano.

La comunità internazionale le ha rivolto pesanti accuse, così come i suoi colleghi Nobel Mandela e il Dalai Lama, perché non si sarebbe esposta a sufficienza in difesa dei diritti dei Rohingya. La ragione dietro il suo comportamento mite, secondo gli analisti, sarebbe il timore che l’esercito – il cui potere è ancora molto forte in Myanmar, nonostante la giunta militare sia stata deposta e vi siano state elezioni democratiche nel 2015 – potesse utilizzare la scusa della sicurezza nazionale come pretesto per riprendere il potere. La preoccupazione per un colpo di mano dell’esercito è basata sul fatto che anche la popolazione del Myanmar – a maggioranza buddista e fortemente nazionalista – non vede di buon occhio i Rohingya e non è solidale alla loro condizione. I Rohingya vengono considerati immigrati clandestini dal Bangladesh e sono privi di cittadinanza birmana, condizione che li priva dell’accesso ai servizi sociali di base e li rende emarginati.

L’esercito ha avviato la sua campagna militare contro i Rohingya nell’ottobre 2016 in reazione a una serie di attacchi condotti dai militanti estremisti dell’ARSA – Arakan Rohingya Salvation Army. Dopo mesi di denunce di violenze, abusi e atrocità contro la minoranza etnica da parte dei soldati, l’Onu ha parlato di “operazioni di pulizia etnica e crimini contro l’umanità”.

L’ARSA, che ufficialmente si dichiara impegnata nella tutela dei diritti dei Rohingya perseguitati ed emarginati in Myanmar, ha deciso di condurre una nuova serie di attacchi alla fine di agosto 2017 per attirare maggiormente l’attenzione della comunità internazionale sulla crisi umanitaria della sua gente. Questo ha condotto a un esodo di dimensioni senza precedenti dei Rohingya verso il Bangladesh che è in ginocchio e non riesce a gestire i campi di accoglienza sovraffollati, in cui si teme la diffusione di malattie epidemiche.

Aung San Suu-kyi è stata incaricata della presidenza di un comitato che dovrebbe provvedere alla ricostruzione dello stato di Rakhine e al rimpatrio dei Rohingya che soddisfano alcune condizioni molto rigide. Il portavoce del governo birmano, mercoledì 2 novembre, ha accusato il Bangladesh di ritardare il processo di rimpatrio e di non voler fornire una lista completa dei 600 mila Rohingya che hanno attraversato il confine dal 25 agosto.

Sicurezza Internazionale quotidiano di politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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