La reazione di Donald Trump all’attacco di New York

Pubblicato il 2 novembre 2017 alle 18:08 in USA e Canada

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In seguito all’attacco di New York, Donald Trump ha affermato che l’attentatore, il 29enne uzbeko Sayfullo Saipov, dovrebbe essere condannato alla pena di morte.

Poco dopo la mezzanotte del primo novembre 2017, il leader della Casa Bianca ha postato tale dichiarazione su Twitter, denunciando il sistema penale statunitense, che ha definito essere “una barzelletta”. Il New York Times spiega che, generalmente, i presidenti sono tenuti a bilanciare le proprie affermazioni sulla pena di morte, in quanto le loro parole potrebbero essere utilizzate dagli avvocati difensori degli imputati, per sostenere che i loro clienti non stanno ricevendo un processo giusto. Trump, al contrario, ha deciso di non attenersi a tale consuetudine, preferendo scagliarsi contro il terrorista. Il presidente ha altresì accusato le politiche migratorie del Partito Democratico, riferendosi in particolare al senatore Chuck Schumer come un “ostruzionista che non fa la cosa giusta per il proprio Paese”. Ad avviso di Trump, le blande politiche migratorie messe in atto dai democratici durante le amministrazioni precedenti hanno permesso a Saipov, immigrato uzbeko, di avere una visa valida per vivere negli Stati Uniti. “Dobbiamo diventare più duri, più intelligenti, dobbiamo agire meno correttamente. Siamo talmente politicamente corretti che abbiamo paura di fare qualsiasi cosa!”, ha affermato il presidente.

Le accuse verso Schumer fanno riferimento al “diversity visa program” un programma proposto dal senatore democratico nel 1990 e trasformato in legge dal presidente George W. Bush, che crea una classe di migranti che generalmente provengono da Paesi che registrano un basso tasso di emigrazione verso gli Stati Uniti. Annualmente, vengono rilasciate circa 50,000 visa del genere, che costituiscono un 5% del numero totale di documenti concessi ogni anno per vivere negli USA. Nel 2013, Schumer, insieme ad altri 8 legislatori tentarono di eliminare tale programma, al fine di adottare una nuova riforma, che però fu bloccata dalla Casa dei Repubblicani.

Trump ha sottolineato di volere un’immigrazione “basata sul merito”, affermando che, a suo avviso, Saipov nel 2010 è stato ammesso senza considerare se avesse doti particolari che avrebbero portato beneficio al Paese. In teoria, il diversity program prevede alcuni requisiti affinché gli individui vengano ammessi negli Stati Uniti, come il diploma liceale o un’esperienza lavorativa di almeno due anni, riconosciuta e approvata dal dipartimento di Stato americano.

Fin dalla propria campagna elettorale, Trump aveva promesso di voler mettere in atto politiche migratorie molto rigide per difendere il proprio Paese, e di voler portare avanti una strenua lotta contro il terrorismo, al fine di eliminare definitivamente la minaccia islamista. Tali promesse si sono concretizzate nei tre bandi anti-immigrati, emessi rispettivamente il 28 gennaio, il 6 marzo e il 24 settembre 2017, il cui obiettivo è quello negare l’entrata negli Stati Uniti ai cittadini di determinato Paesi ritenuti una minaccia. Allo stesso modo, Trump ha adottato una strategia più rigida nei confronti della lotta al terrorismo, aumentando i raid aerei e con i droni in Yemen contri al-Qaeda e l’ISIS, in Somalia contro al-Shabaab, e mettendo in atto una nuova strategia in Afghanistan, il 21 agosto scorso, volta a stroncare definitivamente le attività dei talebani e degli altri gruppi militanti.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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