Casa Bianca: le accuse legate al Russiagate non toccano il presidente

Pubblicato il 31 ottobre 2017 alle 10:04 in USA e Canada

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La Casa Bianca ha reso noto che le accuse mosse contro i tre ex consiglieri della campagna elettorale di Donald Trump nell’ambito del caso Russiagate non hanno niente a che vedere con il presidente.

Lunedì 30 ottobre, l’ex manager della campagna elettorale di Trump, Paul Manafort, e l’affarista Rick Gates si sono costituiti all’FBI per ascoltare i 12 capi di accusa mossi contro di loro, tra cui la “cospirazione contro gli Stati Uniti” e il riciclaggio di decine di milioni di dollari. Entrambi si sono dichiarati non colpevoli. Attualmente si trovano agli arresti domiciliari, ed è stata fissata una cauzione del valore di 10 milioni di dollari per Manafort e di 5 milioni di dollari per Gates. Contemporaneamente, un terzo consulente della campagna elettorale di Trump, George Papadopoulos, ha confessato di aver mentito all’FBI circa i propri contatti con la Russia. Nello specifico, sembra che l’ex ufficiale avesse incontrato un professore fortemente legato al Cremlino per ottenere informazioni che avrebbero potuto danneggiare la candidata democratica, Hillary Clinton. Di fronte all’agenzia americana, Papadopoulos si è dichiarato colpevole.

Al centro dell’inchiesta Russiagate ci sono le interferenze della Russia nella campagna elettorale americana e presunti rapporti tra Donald Trump e le autorità di Mosca. Il caso era scoppiato il  9 dicembre 2016, quando le agenzie di intelligence americane avevano reso noto che il Cremlino era intervenuto nella campagna presidenziale, attraverso attività di hackeraggio, per danneggiare la candidata democratica, Hillary Clinton, e favorire Trump. Sia il team del presidente, sia la Russia hanno sempre negato le accuse. In seguito al licenziamento dell’allora direttore dell’FBI, James Comey, il 9 maggio 2017, il consigliere speciale per la giustizia, Robert Mueller, ha preso le redini dell’indagine. Venerdì 27 ottobre, un gran giurì federale ha approvato i primi capi d’accusa dell’inchiesta, che si è focalizzata sia sulla presunta ingerenza russa nella campagna presidenziale di Trump, sia sulla presunta ostruzione della giustizia compiuta dal presidente americano, che avrebbe tentato di impedire lo svolgimento della stessa indagine.

“Le accuse mosse contro Manafort, Gates e Papadopoulos non riguardano il presidente e la sua campagna elettorale”, ha riferito la segretaria della Casa Bianca, Sarah Huckabee Sanders, la quale ha aggiunto che “non ci sono prove sulla presunta collusione tra Trump e la Russia”. Uno dei procuratori privati di Trump, Jay Sekulow, ha comunicato che il presidente e la sua squadra legale non hanno alcuna preoccupazione al riguardo. Trump ha riferito che le accuse di riciclaggio di denaro verso Manafort e Gates non sono rilevanti ai fini dell’indagine Russiagate, in quanto sono affari privati dei due funzionari. Su Twitter il presidente ha altresì confermato che “non c’è stata alcuna collusione” con la Russia, ma non ha fatto alcun riferimento a Papadopoulos. Sul punto, la Sanders ha sottolineato che l’ufficiale aveva lavorato alla campagna presidenziale di Trump come volontario, e che il suo ruolo era stato marginale.

Riguardo alle indiscrezioni sul futuro licenziamento di Mueller da parte di Trump, sia la Sanders, sia Sekulow hanno riferito: “Non c’è l’intenzione di accusare il consigliere speciale per la giustizia”.

La CNN ha definito Mueller “l’uomo più potente di Washington”, in quanto, con le proprie mosse, ha mandato un forte messaggio a Trump e a tutta l’amministrazione.  L’accusa di Manafort e Gates dimostra che il consigliere speciale sta indagando indietro nel tempo di più di 10 anni, alla ricerca di potenziali ingiustizie non soltanto correlate alle elezioni del 2016, ma legate direttamente alla Russia.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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