Uruguay: il paese senza indios

Pubblicato il 26 ottobre 2017 alle 6:02 in America Latina Uruguay

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Circa 2000 persone di origene charrúa si sono mobilitate per chiedere al governo dell’Uruguay che riconosca l’esistenza della comunità indigena e ne protegga i diritti e le tradizioni.

Dieci associazioni civiche, composte da circa duemila persone, si sono riunite in Uruguay per chiedere al governo di Montevideo di ratificare la Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (ILO) sulle popolazioni indigene e tribali. Alla guida delle associazioni il Consejo della Nación Charrúa, che rivendica i diritti degli indigeni.

L’Uruguay è, assieme alla Guyana, l’unico paese a non aver ratificato la Convenzione del 1989, e questo perché, ufficialmente, secondo le autorità di Montevideo, gli indigeni nel paese si sono estinti definitivamente nel 1831. “Gli uruguayani discendono dalle navi” – recita la storia ufficiale, che vuole che il paese sia abitato esclusivamente da discendenti di immigrati, per lo più di origine italiana e spagnola.

La richiesta dei discendenti degli indios charrúa rappresenta una sfida per una delle democrazie più avanzate della regione, che ha fatto dei diritti civili e sociali la propria bandiera, ma che non riconosce l’esistenza di comunità amerindie sul proprio territorio.

La Convenzione regola materie relazionate al diritto, al lavoro e alle tradizioni delle popolazioni indigene, e il precedente esecutivo uruguayano presieduto da José Mujica si era detto disposto nel 2015, a seguito di un incontro con i responsabili del Consejo de la Nación Charrúa, ad approvare “alcuni articoli” della Convenzione. Lo scorso agosto le organizzazioni hanno denunciato che il paese non aveva implementato nemmeno un’iniziativa in materia.

Le persone che si sono mobilitate discendono, per almeno un quarto, dai pochi indigeni sopravvissuti al cosiddetto “massacro del Salsipuedes”. L’esercito uruguayano, guidato dal generale Fructuoso Rivera, sterminò lungo le rive del fiume Salsipuedes le ultime tribù indigene del paese, nell’aprile del 1831.Il paese, in piena espansione economica, aveva bisogno di terre per sviluppare la sua principale fonte di ricchezze: l’allevamento bovino.

I charrúa da quel momento furono integrati con la forza, e molti di loro tacquero a figli e nipoti le proprie origini per evitare di essere discriminati. Ad oggi, secondo dati ufficiali, il 34% degli uruguayani ha almeno un lontano avo indigeno, ma solo il 5% della popolazione si identifica con questi antepassati.

Il processo di riscoperta delle origini (e in alcuni casi di identificazione con l’etnia charrúa da parte di discendenti di indios di altra etnia), ebbe inizio con la fine della dittatura e l’elezione di Julio María Sanguinetti come primo presidente democratico dell’Uruguay nel 1985.

Tra le richieste presentate al governo di Montevideo, anche il riconoscimento dello sterminio del XIX secolo come “genocidio”. Recentemente il presidente Tabaré Vázquez ha respinto la definizione di genocidio per lo sterminio delle popolazioni indigene in Uruguay.

Secondo i dirigenti del Consejo della Nación Charrúa, il governo si rifiuta di ratificare la Convenzione per due ragioni. La prima è che dovrebbe ammettere che l’Uruguay moderno non nasce dall’integrazione di immigrati, come si ritiene, ma dallo sterminio delle popolazioni indigene. La seconda è la pressione delle potenti associazioni del settore agro-pecuario, che temono che, una volta ratificata la Convenzione, si debba procedere ad una restituzione, seppur parziale, delle terre.

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Traduzione dallo spagnolo e redazione a cura di Italo Cosentino

di Redazione

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