Siria: quale futuro per le truppe americane?

Pubblicato il 23 ottobre 2017 alle 10:27 in Siria USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

La guerra civile siriana sta entrando in una nuova fase. Il governo del presidente Bashar Al-Assad ha consolidato la sua presenza nella metà occidentale del Paese, mentre le forze sostenute dagli Stati Uniti si sono rafforzate nella parte orientale. Lo Stato Islamico continua a perdere terreno. Martedì 17 ottobre 2017, le Syrian Democratic Forces, sostenute dalla coalizione internazionale a guida americana hanno liberato la città di Raqqa, capitale dell’ISIS.

Finora, le campagne militari delle due parti impegnate nella guerra in Siria sono rimaste distinte, tuttavia, mano a mano che l’ISIS sarà costretto ad abbandonare il territorio, le forze del regime e quelle sostenute dagli Stati Uniti tenderanno a convergere verso le stesse aree. La situazione sta cambiando molto velocemente e le frizioni tra le due parti potrebbero emergere soprattutto nella Siria orientale. Da un lato, il presidente Al-Assad, con l’aiuto dei suoi sostenitori, Russia e Iran, sta progettando il modo per entrare nelle zone che ancora non sono sotto il suo controllo. Dall’altro, Washington dovrà decidere se e quando ritirarsi dal territorio.

Gli Stati Uniti sono entrati nel conflitto siriano nel 2014 con l’operazione Inherent Resolve, nonostante la contrarietà del presidente siriano Bashar Al-Assad, che aveva definito l’intervento americano “illegittimo e illegale”. Inherent Resolve è l’operazione militare statunitense contro lo Stato Islamico in Siria e in Iraq, avviata il 15 giugno 2014, dopo la richiesta ufficiale di sostegno avanzata dal governo iracheno. La missione americana in Siria era iniziata come un supporto militare alle forze curde che combattono l’ISIS. In seguito si è espansa includendo altresì altre missioni mirate a mantenere la pace tra le forze del regime e i ribelli siriani e ad aiutare nella ricostruzione del Paese.

Non appena le truppe del regime libereranno Albu Kamal, l’ultima roccaforte dell’ISIS ad ovest dell’Eufrate, al confine con l’Iraq, non ci saranno più bastioni dell’ISIS da liberare. In questa situazione, una volta sradicato lo Stato Islamico dal territorio, Al-Assad potrebbe opporsi in maniera molto decisa alla presenza americana in Siria.

Al momento, Bashar Al-Assad si trova in una posizione di forza e non più nell’eventualità di perdere la guerra, considerando che nel Paese rimangono soltanto due territori sunniti, ovvero la sponda orientale dell’Eufrate, controllata dallo Stato Islamico, e Idlib, sotto il controllo di Al-Nusra. Se tale previsione si rivelerà corretta, gli Stati Uniti dovranno rinunciare a sostenere il progetto curdo di creare una regione indipendente nel territorio. Sulla scia delle rivendicazioni indipendentiste dei curdi iracheni, il 17 marzo 2016, i curdi siriani avevano infatti proclamato unilateralmente un sistema federale curdo nel nord della Siria, nonostante l’opposizione del presidente Al-Assad.

Di recente, un portavoce della missione a guida statunitense, che combatte contro lo Stato Islamico, il colonnello Ryan Dillon, ha riferito che il Pentagono starebbe considerando di estendere la propria presenza in Siria. Se così fosse, si tratterebbe di una decisione che potrebbe provocare ulteriori contrasti tra le truppe americane e quelle che sostengono il regime di Bashar Al-Assad.

Dillon ha dichiarato che la coalizione internazionale sarebbe in trattativa con i comandanti delle Syrian Democratic Forces (SDF) allo scopo di estendere la propria campagna all’interno delle aree controllate dallo Stato Islamico, situate sulle rive dell’Eufrate. Il portavoce ha precisato tuttavia che le truppe americane, già impegnate in Siria, vi rimarrebbero per un periodo di tempo limitato, poiché “vi sono ancora combattimenti da affrontare”. L’amministrazione Trump deve, dunque, decidere come e per quanto tempo mantenere la propria presenza militare nella Siria orientale. Al momento, in Siria sono presenti tra i 1000 e i 2000 soldati americani.

La presenza degli Stati Uniti in territorio siriano potrebbe avere anche un diverso significato dal punto di vista della strategia verso l’Iran. Se infatti gli USA rivolgessero la propria attenzione dall’ISIS ad altri nemici, in particolare l’Iran, i motivi di tensione con Bashar Al Assad e i suoi alleati non potrebbero che aumentare. In merito alla questione, il ministro della Difesa americano, Jim Mattis, ha negato, venerdì 13 ottobre 2017, che il Pentagono starebbe per cambiare la sua posizione militare in Iraq e in Siria, trasformandola da una missione contro l’ISIS a una missione contro l’Iran, ma ha aggiunto che gli ufficiali americani “controllano i movimenti e le attività destabilizzanti dell’Iran dappertutto”.

Durante il conflitto, l’Iran è penetrato in Siria in un modo talmente profondo che non potrà essere ignorato dopo la fine del conflitto. Al contrario, Teheran emergerà come principale vincitore. L’asse Damasco – Teheran preoccupa notevolmente Israele, che teme che l’Iran stia trasformando la Siria in una fortezza miliare, come parte di un più ampio piano mirato a cancellare il proprio Stato, secondo quanto affermato dal Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, il 28 agosto 2017 a Tel Aviv, in occasione di un incontro con il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres.

Israele ha più volte espresso la sua preoccupazione a proposito della crescente influenza dell’Iran in Siria. Il 13 agosto 2017 durante un incontro con il governo israeliano, il capo dell’intelligence israeliana (Mossad), Yossi Cohen, aveva rivelato che le forze iraniane stavano già iniziando a occupare le aree da cui si era ritirato lo Stato Islamico sia in Siria sia in Iraq. Gli ufficiali della sicurezza israeliana temevano che Teheran potesse utilizzare la zona occidentale dell’Iraq e quella orientale della Siria come un “ponte” per unire l’Iran al Libano, permettendo il transito di combattenti e di armi tra i due Paesi.

La minaccia iraniana, unita alla preoccupazione di Israele, alleato degli Stati Uniti in Siria, potrebbe costituire un incentivo per l’America a rimanere nel conflitto siriano, trasformando le proprie forze anti-ISIS in forze contro l’Iran.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.