Filippine: uccisi due leader dell’assedio di Marawi

Pubblicato il 16 ottobre 2017 alle 17:06 in Asia Filippine

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I due leader dei militanti alla guida dell’assedio di Marawi sono stati uccisi dall’ultima offensiva dell’esercito delle Filippine, secondo quanto dichiarato dal Segretario alla Difesa, lunedì 16 ottobre.

Isnilon Hapilon e Omar Maute erano i due leader dei militanti islamisti del gruppo Maute che il 23 maggio scorso ha assediato la città di Marawi, nel sud delle Filippine. La città di Marawi è considerata il centro dell’Islam all’interno delle Filippine a maggioranza cattolica. Il gruppo Maute è un gruppo di militanti originari di Marawi guidato dalla famiglia Maute, di cui Omar era il membro più importante. Il gruppo ha giurato fedeltà all’Isis e si è alleato con Isnilon Hapilon leader dell’organizzazione terroristica più importante delle Filippine, il gruppo Abu Sayyaf. Si tratta dei terroristi coinvolti nei numerosi rapimenti e sequestri di navi straniere in prossimità delle coste delle Filippine.

Hapilon era considerato dagli analisti il leader supremo dell’organizzazione il cui intento principale era quello di costruire un Califfato islamico nel Sud-Est Asiatico mentre l’Isis perde terreno tra Iraq e Siria. Isnilon Hapilon era anche nell’elenco dei terroristi ricercati a livello internazionale degli Stati Uniti che avevano posto una taglia da 5 milioni di dollari sulla sua testa.

Il Segretario alla Difesa delle Filippine, Delfin Lorenzana, ha affermato che i due leader dei militanti sono stati uccisi durante uno degli attacchi decisivi condotti dall’esercito nella notte tra il 15 e il 16 ottobre. Il capo della difesa di Manila è convinto che nel giro di pochi giorni l’esercito riuscirà a riprendere il controllo totale sulla città di Marawi mettendo fine a un assedio durato quasi 5 mesi.

Sui corpi dei due uomini uccisi verranno condotti test del DNA per accertarne l’identità e verificare che si tratti effettivamente dei due terroristi alla guida del gruppo Maute.

I militanti hanno assediato la città di Marawi il 23 maggio 2017 innalzando le bandiere dell’Isis a cui hanno giurato fedeltà, per tutta risposta, il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte ha emanato la legge marziale sull’intera isola meridionale di Mindanao. Da allora, gli scontri tra esercito e militanti sono proseguiti per quasi 5 mesi causando più di 1000 vittime e 400 mila sfollati. Il conflitto e i bombardamenti aerei condotti dall’aviazione filippina e supportati dalle forze militari degli Stati Uniti hanno ridotto in macerie la città di Marawi.

Secondo gli analisti delle Filippine, la ricostruzione non dovrà avvenire solo a livello materiale, ma sarà fondamentale ricreare il tessuto sociale del sud del paese insieme alla fiducia reciproca tra governo e popolazione. Una delle cause più importanti che ha portato alla penetrazione delle ideologie estremiste e jihadiste soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione è la povertà diffusa. Il governo di Manila è accusato di marginalizzare e discriminare la minoranza musulmana concentrata nelle Filippine meridionali. L’isola di Minadanao, nel sud del paese, è stata spesso interessata da ondate di movimenti indipendentisti che auspicano la separazione e l’autonomia della zona a maggioranza islamica dal resto del paese di fede cattolica.

Sicurezza Internazionale quotidiano di politica internazionale.

Ilaria Tipà

di Redazione

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