Trump e l’Iran ovvero come far gioire il dittatore della Corea del Nord

Pubblicato il 15 ottobre 2017 alle 9:29 in Il commento

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Cisnetto 3

Trump, in un discorso che assomiglia a una dichiarazione di guerra, ha messo in discussione gli accordi con l’Iran per tre ragioni. La prima è che vuole gratificare quella parte di elettorato americano che detesta Obama. Siccome l’accordo con l’Iran è il lascito più importante di Obama in politica estera, Trump vuole farlo naufragare. La seconda ragione è che Trump vuole compiacere Arabia Saudita e Israele che hanno sperato nella sua elezione e sono acerrimi nemici dell’Iran. Più Trump colpisce l’Iran, maggiore è il consenso che riceve da israeliani e sauditi. La terza ragione è la più importante di tutte. Gli Stati Uniti avevano abbattuto il regime di Saddam Hussein per penetrare più a fondo in Medio Oriente in vista della sua conquista completa. Tuttavia, le conseguenze dell’invasione americana sono state molto diverse da quelle auspicate dalla Casa Bianca. Gli iraqeni, una volta al voto, hanno eletto un governo sciita che si è alleato con l’Iran.

Questa frase, spesso pronunciata dai politologi delle migliori università americane, riassume tutto: “Noi abbiamo fatto la guerra contro Saddam Hussein e l’Iran l’ha vinta “.

Dopo avere esteso la sua influenza sul governo iraqeno, l’Iran è penetrato a fondo anche in Siria. A causa della guerra civile, il dittatore siriano Bassar al Assad, per non essere abbattuto dai ribelli finanziati dagli Stati Uniti, ha dovuto chiedere aiuto all’esercito dell’Iran, a cui si è asservito. In sintesi, prima della guerra contro Saddam Hussein, l’Iran era il paese più isolato del Medio Oriente. Grazie a quella guerra, è potuto uscire dall’angolo e acquisire un’influenza molto estesa su Iraq e Siria. Chiarito il contesto, diventa agevole perché il presidente americano voglia reintrodurre le sanzioni contro l’Iran. Trump teme gli investimenti militari degli iraniani e pensa che, impoverendoli, avranno meno soldi per comprare aerei e carri armati. Chiunque ami la pace non può amare la scelta di Trump, ma è indubbio che, sotto il profilo strategico, ciò che Trump sta facendo, sotto il profilo della politica di potenza, rasenta pa perfezione. È semplice: l’Iran avanza e Trump vuole arrestarlo.

Le conseguenze principali dell’affondo anti-iraniano di Trump saranno due.

La prima è che il dittatore della Corea del Nord rafforzerà la sua posizione agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. Kim Jong un potrà dire che non è possibile fidarsi degli Stati Uniti e che ha ragione a non sedersi a un tavolo negoziale per firmare un accordo che limiti il suo programma nucleare, tanto più che il Congresso americano ha riconosciuto che l’Iran ha rispettato gli impegni. La seconda conseguenza è che Trump indebolisce il ruolo di Cina e Russia come mediatori nella crisi con la Corea del Nord. Sia Putin, sia Xi Jinping, il presidente della Cina, vengono rimproverati da Trump di non fare abbastanza per indurre il dittatore della Corea del Nord a moderarsi. Entrambi potranno ribattere che il modo di agire di Trump verso l’Iran non favorisce un clima favorevole a una trattativa con la Corea del Nord. Quanto alle conseguenze sul Medio Oriente, gli iraniani cercheranno di aumentare la spesa militare per paura che si stia avvicinando il giorno di un attacco americano contro di loro. Maggiori saranno le armi che l’Iran cercherà di acquisire, più grandi saranno le tensioni con Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita in una spirale che favorisce la guerra e non la pace.

Per gentile concessione del direttore del “Quotidiano Nazionale”

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale

 

di Alessandro Orsini

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