Trump e l’accordo nucleare con l’Iran: la resa dei conti è vicina

Pubblicato il 13 ottobre 2017 alle 10:19 in USA e Canada

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Domenica 15 ottobre è la data entro cui il presidente Donald Trump dovrà decidere se certificare l’accordo nucleare con l’Iran, rendendo nota anche la strategia architettata dalla sua amministrazione nei confronti di Teheran.

L’accordo nucleare, Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), concluso dall’Iran e dai 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, quali USA, Inghilterra, Francia, Russia, Cina e in più la Germania, il 14 luglio 2015, prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale. In base all’Iran Nuclear Agreement Review Act, documento approvato dal Congresso nel maggio 2015, ogni 90 giorni, l’amministrazione americana può verificare se Teheran sta rispettando l’accordo. Finora, il Dipartimento di Stato ha autenticato due volte il patto ma, adesso, Trump si è detto intenzionato a de-certificarlo.

Dai tempi della campagna elettorale, il leader americano aveva definito il JCPOA negativamente, chiamandolo “un imbarazzo per il Paese”. In linea con tale posizione, il 18 luglio 2017, Trump ha annunciato l’imposizione di nuove sanzioni contro Teheran, accusando il regime iraniano di aver violato lo “spirito” dell’accordo nucleare. Nell’occasione, gli Stati Uniti hanno rinnovato la loro preoccupazione per “le attività nocive dell’Iran in Medio Oriente”, facendo riferimento, in particolare, al programma di missili balistici iraniano e al contributo del Paese nell’accrescere le tensioni regionali. Dall’altra parte, Teheran ha condannato l’imposizione delle nuove sanzioni, definendola una mossa “spregevole e inutile”, imputando a Washington di essere la causa principale dell’instabilità nella regione e ha minacciato la Casa Bianca di adottare sanzioni contro gli Stati Uniti, in particolare, contro i cittadini americani che hanno agito contro l’Iran e contro gli altri Paesi musulmani.

Nonostante la posizione di Trump, molti ufficiali dell’amministrazione, tra cui il segretario della Difesa James Mattis, sono a favore della certificazione del patto, in quanto lo ritengono vitale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il Washington Post ha elencato le 5 ragioni per cui Trump potrebbe decidere di non certificare il patto.

Il primo motivo è che, ad avviso del leader americano, l’Iran ricava troppi soldi dal JCPOA. Più volte Trump ha sottolineato che, grazie all’accordo nucleare, Teheran ha ricevuto 150 miliardi di dollari “senza dare niente in cambio”. Tuttavia, come spiega il quotidiano americano, tale somma di denaro apparteneva all’Iran, in quanto erano soldi che erano stati congelati nelle banche sparse in tutto il mondo per via delle sanzioni contro Teheran. Grazie alla firma dell’accordo, le misure restrittive sono state alleviate, permettendo all’Iran di riutilizzare parte del denaro.

Il secondo motivo per cui Trump potrebbe voler de-certificare il patto è che questo non impedisce all’Iran di effettuare test missilistici. Il 23 settembre scorso, il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha reso noto che l’Iran aveva testato con successo un missile Khoramshahr, capace di percorrere un raggio di 2,000 Km, facendo allarmare l’amministrazione americana.

Il terzo motivo è che gli ispettori dell’International Atomic Energy Agency, incaricati di controllare che l’Iran rispetti l’accordo, hanno poteri di monitoraggio limitati. Più volte, Trump si è lamentato di questo fatto, riferendo che alcuni siti militari iraniani sono chiusi alle ispezioni. Ciò ha indotto il presidente a sospettare che Teheran sta lavorando a progetti segreti. Il Washington Post, tuttavia, chiarisce che il JCPOA non prevede ispezioni per tutti i siti militari, anche se l’International Atomic Energy Agency può sempre richiedere all’Iran di effettuare controlli più approfonditi.

Il quarto motivo che sta spingendo Trump a de-certificare il patto è il fatto che alcune parti dell’accordo non sono permanenti. Alla fine dei negoziati, sono state fissate alcune date di “scadenza” relative a determinate restrizioni imposte all’Iran. Secondo molti critici, quando ciò accadrà, Teheran sarà nuovamente libera di acquisire armi nucleari.

Infine, il quinto motivo è che, come Trump ha affermato lo scorso 18 luglio, “l’Iran ha violato lo spirito dell’accordo nucleare”. A sostegno di tale affermazione, il presidente e altri ufficiali dell’amministrazione hanno fatto riferimento ad una frase presente nel preambolo del patto, che recita: “[…] L’entrata in vigore del JCPOA contribuirà alla pace e alla sicurezza regionale e internazionale”. A tale proposito, Trump sostiene che Teheran non stia rispettando questa promessa, in quanto supporta il regime del presidente siriano Bashar al-Assad. Come è noto, in tutti i conflitti mediorientali, l’Iran si contrappone agli Stati Uniti e ai suoi alleati. Oltre alla Siria, in Libano Teheran supporta le milizie sciite di Hezbollah, in Yemen quelle dei ribelli sciiti Houthi e in Palestina sostiene Hamas contro Israele.

Come fa notare James Phillips, ricercatore senior per il Medio Oriente della Heritage Foundation, in un articolo pubblicato su The National Interest, la de-certificazione non porrebbe fine automaticamente al patto, ma porrebbe le basi per una revisione delle condizioni del JCPOA. A quel punto, il Congresso avrebbe 60 giorni per decidere se rimettere in atto le sanzioni che erano state sospese con l’entrata in vigore dell’accordo.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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