Myanmar: i Rohingya se ne vanno e non possono tornare

Pubblicato il 12 ottobre 2017 alle 15:02 in Asia Myanmar

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il capo dell’esercito del Myanmar difende i suoi uomini e accusa i media di esagerazione nel descrivere la crisi umanitaria che interessa la minoranza etnica di fede islamica Rohingya nel suo paese. Intanto, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si prepara a una riunione speciale, venerdì 13 ottobre, per trovare una soluzione all’emergenza.

Il generale Min Aung Hlaing, capo supremo delle forze armate del Myanmar, ha affermato che i Rohingya non sono abitanti nativi del suo paese, senza fare alcun riferimento alle azioni violente di cui i suoi uomini sono accusati dall’Osservatorio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e dalle altre organizzazioni internazionali che seguono da vicino la crisi dei Rohingya. Il generale Hlaing è una delle personalità più potenti in Myanmar, anche da quando, nel 2015, si è instaurato il governo democraticamente eletto e guidato dal Premio Nobel per la Pace Aung San Suu-kyi mettendo fine alla gestione del paese da parte della giunta militare.

Il capo dell’esercito non è apparso per nulla preoccupato delle condanne che sono giunte all’operato dei suoi soldati dalla comunità internazionale e si è limitato ad affermare che i Rohingya sono “bengalesi” – ovvero immigrati clandestini provenienti dal Bangladesh – privi di cittadinanza birmana, durante un incontro con l’Ambasciatore degli Stati Uniti in Myanmar, Scott Marciel.

Le Nazioni Unite, intanto, si preparano a una riunione speciale del Consiglio di Sicurezza per affrontare la situazione in Myanmar, venerdì 13 ottobre. Durante la riunione, l’ex segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, presenterà una relazione su quanto sta accadendo nello stato di Rakhine, dove è concentrata la minoranza etnica Rohingya in Myanmar. Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio per i Diritti Umani dell’Onu (UNHCHR), all’8 ottobre erano 519 mila i Rohingya che hanno raggiunto i campi profughi in Bangladesh fuggendo dalle violenze dell’esercito. Sebbene le operazioni militari nello stato di Rakhine vadano avanti dall’ottobre 2016, dal 25 agosto la situazione si è fatta insostenibile, in seguito a una serie di attacchi alle stazioni di polizia da parte di un gruppo di estremisti islamici che afferma di agire per tutelare le libertà dei Rohingya, l’ARSA. Secondo il rapporto Onu, basato su 65 interviste condotte con i profughi giunti in Bangladesh, l’esercito ha condotto attacchi “brutali e coordinati e sistematici contro i Rohingya” e l’obiettivo era “non solo di far sì che lasciassero il paese, ma anche di prevenire il loro eventuale ritorno futuro. Le forze armate birmane, secondo l’Onu, avrebbero messo in atto una campagna di terrore non solo fisico, ma anche piscologico ed emotivo. La situazione per le migliaia di Rohingya ancora presenti nello stato di Rakhine potrebbe peggiorare nelle prossime settimane, secondo il rapporto, poiché i soldati mirano a distruggere tutto ciò che appartiene ai Rohingya in un tentativo di eradicare completamente ogni segno della loro cultura dal paese. Secondo il rapporto, l’esercito verrebbe affiancato anche da civili birmani di fede buddista nelle sue operazioni che il segretario generale dell’Onu Guterres ha definito di “pulizia etnica”.

La riunione del Consiglio di Sicurezza è stata richiesta da Francia e Regno Unito e quest’ultimo ha anche iniziato la stesura di una bozza di risoluzione per chiedere al Myanmar di far tornare i Rohingya nelle loro case. Le consultazioni tra i membri del Consiglio non sono però fluide, poiché la Cina è stata un forte sostenitore della giunta militare ed è reticente a sostenere una risoluzione che condanni l’operato dell’esercito. Da Pechino, la portavoce del Ministero degli Esteri Hua Chunying, ha affermato che la situazione dei Rohingya è delicata e che è necessario che il Myanmar prenda le dovute misure per tutelare i Rohingya. “La Cina è favorevole a un impegno forte del Myanmar per tutelare i Rohingya e la pace, lo sviluppo e la stabilità del paese”, ha concluso la portavoce.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale.

Ilaria Tipà

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.