Libia: IOM alla ricerca di alternative ai centri di detenzione dei migranti

Pubblicato il 10 ottobre 2017 alle 6:01 in Immigrazione Libia

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L’International Organization for Migration (IOM), in collaborazione con il Danish Refugee Council e l’International Detention Coalition stanno elaborando nuove alternative per sostituire i centri di detenzione in Libia.

Nel corso di un recente meeting tenutosi a Tunisi, l’1 e il 2 ottobre, al quale hanno partecipato i rappresentanti di diversi ministeri libici, dell’African Union, di organizzazioni, agenzie internazionali e ambasciate, sono state affrontate diverse questioni. Tra di esse, oltre alle alternative ai centri di detenzione dei migranti, è stata fatta luce sulla difficoltà delle ambasciate presenti in Libia. In particolare, i rappresentanti dei corpi diplomatici stranieri hanno presentato un comunicato alle autorità libiche, in cui evidenziano le difficoltà nell’assistere i cittadini dei propri Paesi che si trovano all’interno dei centri di detenzione. Per questo motivo, è stato chiesto di trovare alternative, nel rispetto della legge libica, che facilitino l’assistenza delle ambasciate ai propri cittadini. Ad avviso di Junita Calder, rappresentante dell’International Detention Coalition, anche se la situazione in Libia è molto complessa, ci sono alcune mosse che possono essere messe in atto nel breve periodo, come l’introduzione di meccanismi di monitoraggio e l’adozione di un approccio gestionale più efficiente. Secondo James Martin, del Danish refugee Council, se le ambasciate assisteranno le autorità libiche nello svolgere queste attività, ci saranno più probabilità di successo.

Da anni, la Libia costituisce il principale porto dal quale partono le imbarcazioni cariche di migranti dirette in Europa. Da quando il regime del dittatore Muammar Gheddafi è stato rovesciato nell’ottobre 2011, la Libia non è mai riuscita a compiere una transizione democratica. Attualmente, lo Stato è diviso in due governi: il primo a Tripoli, guidato dal premier Fayez Serraj, sotto l’influenza degli Stati Uniti e dell’Italia; il secondo a Tobruk, sotto l’influenza della Russia e dell’Egitto e appoggiato dal capo della Libyan National Army, Khalifa Haftar. I trafficanti di esseri umani stanno approfittando del caos politico in cui versa il Paese per portare avanti le loro attività illegali indisturbati. I migranti, la maggior parte dei quali provengo dalla Nigeria, dal Senegal e dal Gambia, generalmente vengono catturati non appena raggiungono le coste a nord della Libia, dove cercano di imbarcarsi alla volta dell’Europa, venendo costretti nei centri di detenzione, dove subiscono abusi continui.

La gravità della situazione è stata resa nota e denunciata più volte. Il 4 settembre scorso, il gruppo umanitario Medici Senza Frontiere ha lanciato un appello alle autorità libiche, chiedendo la sospensione immediata della detenzione arbitraria dei rifugiati, dei migranti e dei richiedenti asilo presenti in Libia. Quattro giorni dopo, la presidentessa internazionale dell’organizzazione umanitaria, Joanne Liu, ha scritto una lettera aperta alle autorità europee, accusandole di essere complici dei trattamenti disumani a cui sono sottoposti gli individui stranieri che si trovano nel Paese nordafricano.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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