Isis e Israele: perché non si colpiscono?

Pubblicato il 7 ottobre 2017 alle 14:23 in Il commento

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Cisnetto 2

I capi dell’Isis non hanno mai colpito Israele e Israele non combatte contro l’Isis. L’unica eccezione è rappresentata dall’uccisione di quattro militanti dell’Isis da parte dei soldati israeliani, il 27 novembre 2016, sulle alture del Golan, ma si è trattato di uno scontro casuale.

È un paradosso che occorre spiegare.

Iniziamo dalle ragioni principali per cui Israele non partecipa alla coalizione che bombarda le postazioni dell’Isis.

La prima ragione è che Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti non hanno rapporti diplomatici con Israele, di cui non riconosco l’esistenza. Gli Stati Uniti non vogliono creare tensioni tra gli alleati arabi coinvolgendo gli aerei israeliani.

La seconda ragione è che i governanti israeliani sanno bene che l’Isis è un fenomeno militarmente irrilevante: non ha navi da guerra, elicotteri, aerei, missili, carri armati o sommergibili. Ad aggravare questa debolezza militare si aggiunge il fatto che al Baghdadi non può contare sull’aiuto di nessuno Stato straniero. Quando finisce i combattenti, non può chiedere rinforzi e le sue roccaforti cadono. Analogo discorso vale per le munizioni: una volta terminate, non vengono rifornite. Questa è la ragione per cui, tutte le volte che una roccaforte dell’Isis viene assediata, cade.

La terza ragione è che Israele teme più di ogni cosa le milizie sciite di Hezbollah, un’organizzazione politico-militare basata nel sud del Libano. Hezbollah è nemica di Israele, ma è anche impegnata nella lotta contro l’Isis. Se Israele intervenisse contro l’Isis, aiuterebbe Hezbollah a liberarsi di un nemico mortale. I proiettili che Hezbollah risparmierebbe contro l’Isis li metterebbe da parte per spararli contro Israele in occsione della prossima guerra. In sintesi, Israele ha un interesse ad assistere alla fine dell’Isis, ma non ha un interesse ad accelerare tale fine lanciandosi nel conflitto. Vi è, infatti, differenza tra l’avere un interesse e avere fretta nel raggiungerlo. La conseguenza è che gli aerei israeliani si alzano in volo per bombardare le milizie di Hezbollah, ma non le roccaforti dell’Isis.

Cerchiamo ora di comprendere la ragione per cui l’Isis non attacca Israele.

La risposta è che la priorità strategica dell’Isis non è quella di attaccare i paesi stranieri, bensì quella di non essere attaccato dai loro eserciti. Gli attentati pianificati dai capi dell’Isis hanno sempre una doppia finalità. La prima è quella di punire i paesi che attaccano le loro postazioni e la seconda è quella di premiare i paesi che si astengono dai bombardamenti, risparmiandoli. Quando i lupi solitari colpiscono, i capi dell’Isis rivendicano perché, avendo ormai poco da rivendicare, rivendicano quasi tutto. Tuttavia, vi è differenza tra gli attentati dei lupi solitari, che colpiscono dove possono, e gli attentati dei capi dell’Isis, che colpiscono dove vogliono.

La priorità strategica dello Stato Islamico non è mai stata l’esportazione di jihadisti per realizzare attentati contro i paesi stranieri, bensì l’importazione di militanti, ovvero i foreign fighters, per costruire lo Stato Islamico in Siria e in Iraq. I capi dell’Isis hanno iniziato a realizzare attentati all’estero per indurre i governi a porre fine ai bombardamenti. È sbagliato credere che i capi dell’Isis ci attaccano perché ci odiano. I capi dell’Isis ci odiano perché noi li attacchiamo, impedendo loro di conquistare il potere.

Il caso della Russia aiuta a comprendere.

Putin ha iniziato a bombardare l’Isis il 30 settembre 2015, ma ha subìto il primo attentato il 31 ottobre 2015 con l’abbattimento dell’airbus che sorvolava la penisola del Sinai. La dinamica è chiara: prima l’attacco della Russia contro l’Isis e poi l’attacco dell’Isis contro la Russia, e cioè il contrattacco, com’è scritto nella rivendicazione. La vendetta è un pilastro della cultura jihadista.

I vertici dell’Isis hanno preso di mira soltanto i paesi che hanno un ruolo combattente, come Francia, Belgio, Inghilterra, Turchia, Russia e Iran. Non hanno mai organizzato attentati contro i paesi che si sono rifiutati di partecipare ai bombardamenti aerei. Se un lupo solitario realizzasse un attentato in Israele, al Baghdadi probabilmente lo rivendicherebbe, come ha rivendicato l’attentato di Barcellona in Spagna, che però è stato organizzato non dai capi dell’Isis, ma da una cellula autonoma.

In sintesi, Israele non è una priorità dei capi dell’Isis come i capi dell’Isis non sono una priorità per Israele.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

di Alessandro Orsini

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