L’ARSA in Myanmar: terroristi o combattenti per la libertà?

Pubblicato il 7 ottobre 2017 alle 9:47 in Asia Myanmar

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

La crisi umanitaria che ha messo in ginocchio il Bangladesh e sta mettendo a dura prova il governo del premio Nobel Aung San Suu-kyi è stata scatenata da una serie di attacchi condotti da un gruppo di militanti islamici di etnia Rohingya. Chi sono e quali sono le motivazioni che li guidano?

L’Armata Arakan per la Salvezza dei Rohingya (ARSA Arakan Rohingya Salvation Army) è l’organizzazione che ha condotto gli attentati contro le postazioni della polizia del Myanmar, prima il 9 ottobre 2016, poi il 25 agosto 2017. Gli attacchi sono stati la causa scatenante di una campagna militare durissima da parte dell’esercito birmano ai danni dei civili appartenenti alla minoranza etnica musulmana Rohingya. L’Onu ha parlato di crimini contro l’umanità e di operazioni di pulizia etnica. Solo dal 25 agosto 2017, sono 510 mila i Rohingya fuggiti dallo stato di Rakhine per rifugiarsi in Bangladesh, dove sono state avviate operazioni di disboscamento per ampliare i campi di accoglienza e gestire l’emergenza profughi.

Che cosa ha spinto l’ARSA a condurre gli attentati pur sapendo che avrebbero scatenato la dura reazione dell’esercito?

L’ARSA ha deciso di attaccare le stazioni di polizia per attirare l’attenzione della comunità internazionale sulla situazione della sua gente.

L’organizzazione prima nata con il nome di Harakah al-Yaqin – traducibile con Movimento per la Fede – ha lo scopo di difendere i Rohingya e auspica il loro riconoscimento come gruppo etnico del Myanmar. Attualmente, i Rohingya sono considerati clandestini bengalesi dal governo birmano e non godono della cittadinanza né degli altri diritti a essa associati.

L’organizzazione è nata nel 2013 in seguito a una serie di violenze dell’esercito nei confronti dei Rohingya avvenute nel 2012 e si è posta l’obiettivo di difendere la minoranza etnica dagli abusi dell’esercito. L’ARSA dichiara di avere fini nazionali e di non avere legami con nessuna organizzazione jihadista internazionale. Secondo l’analisi dell’”Asia Times”, questa autonomia deriva dal fatto che, se l’ARSA si affiliasse all’Isis o Al Qaeda, perderebbe il riconoscimento come difensore della libertà dei Rohingya agli occhi delle organizzazioni internazionali. Nonostante ciò, dalla fine di agosto, tutti i maggiori gruppi di estremisti islamici del mondo hanno iniziato una chiamata alle armi per unirsi alla lotta dei Rohingya.

Dal 2013, in molti si sono uniti volontariamente alle fila dei combattenti dell’ARSA che affermano di non essere terroristi e di essere dipinti come tali dal governo birmano per ragioni strumentali. Molti altri sono stati vittime di pressioni nei loro villaggi nativi e si sono uniti ai militanti. Proprio per il suo desiderio di indipendenza, l’ARSA rimane un gruppo relativamente piccolo che dispone di poche risorse economiche.

Il gruppo più radicale all’interno dell’organizzazione è formato da militanti che provengono da famiglie Rohingya emigrate nei paesi del Medio Oriente durante gli anni ottanta, altro periodo in cui la persecuzione ai danni della minoranza etnica è stata particolarmente intensa.

Questo è anche il caso del leader di fatto dell’Arsa, Ataullah Abu Ammar Jununi. Abu Ammar è apparso in numerosi video e comunicati diffusi sul web ed è considerato un leader molto carismatico. È nato in Pakistan da una famiglia Rohingya sfuggita alla violenza, ma è cresciuto a La Mecca, in Arabia Saudita, dove ha ricevuto un’istruzione musulmana rigida e dove ha svolto il ruolo di imam per una comunità Rohingya di 150 mila persone. Poco dopo il picco di violenza nello stato di Rakhine nel 2012, Abu Ammar ha fatto perdere le sue tracce. Secondo gli analisti, avrebbe trascorso del tempo tra il Pakistan e l’Afghanistan tra le fila dei militanti di Al Qaeda per addestrarsi alla guerriglia. Secondo alcuni osservatori, l’organizzazione interna dell’ARSA ricorda quella dei combattenti militanti pakistani, ma quale influenza il suo presunto periodo in Asia centrale abbia avuto sulla leadership di Abu Ammar non è certo. Il leader ha attualmente una quarantina d’anni, l’età precisa non è nota, e continua ad affermare che il combattimento è l’unica via possibile per la sua gente oppressa dal governo birmano. Secondo alcune letture, il fatto che i militanti che guidano il gruppo abbiano abbandonato le loro vite confortevoli in Arabia Saudita per combattere al fianco della loro gente ne legittima maggiormente il ruolo di guida.

Secondo quanto riferito dal portavoce dell’ARSA, per diventare membro dell’organizzazione occorre giurare sul Corano, poi seguire due settimane di addestramento con armi di legno in cui si viene iniziati alla disciplina, poi due o tre settimane di formazione avanzata. Non è chiaro, secondo Asia Times, da dove provengano le armi di cui l’Arsa dispone. Secondo il governo del Myanmar, se qualcuno dei militanti viene sospettato di spionaggio o collaborazionismo con le forze governative, viene immediatamente ucciso dalla stessa organizzazione. Per le autorità birmane i militanti dell’ARSA sono terroristi che vogliono destabilizzare il paese e fondare un Califfato islamico.

Sicurezza Internazionale quotidiano di politica internazionale.

Ilaria Tipà

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.