La strage di Las Vegas e il terrorismo

Pubblicato il 5 ottobre 2017 alle 14:58 in USA e Canada

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“L’America è una nazione in lutto”, così il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, parla del proprio Paese durante la sua visita ufficiale nella città di Las Vegas, pietrificata dalla strage più grande della storia americana, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa internazionale Reuters.

Mercoledì 4 ottobre 2017, il presidente e la first lady, Melania Trump, si sono recati nella città per porgere il proprio cordoglio alle famiglie delle vittime e per incontrare i sopravvissuti del massacro della scorsa domenica.

Nella serata di domenica 1 ottobre, Stephen Craig Paddock, un uomo di 64 anni, ha ucciso almeno 59 persone e ne ha ferite altre 527 durante un concerto all’aperto nella città di Las Vegas. Secondo le ricostruzioni della polizia, Paddock avrebbe aperto il fuoco contro il pubblico che assisteva ad un concerto del Route 91 Harvest Festival, un festival di musica country che si tiene ogni anno a Las Vegas, sparando con un’arma automatica da due finestre della propria camera d’albergo, situata al 32esimo piano dell’hotel Mandalay Bay. L’uomo si sarebbe suicidato prima che la squadra SWAT, le unità speciali della polizia destinate a compiti ad alto rischio, facessero irruzione nella stanza dell’hotel da cui erano partiti gli spari. Nella camera è stato rinvenuto un arsenale di 23 armi, tra queste pistole, esplosivo, munizioni e “dispositivi elettronici”.

L’episodio ha immediatamente riacceso il dibattito su una questione più volte discussa nella politica americana, ovvero il possesso delle armi da fuoco da parte dei cittadini statunitensi. Secondo un’indagine condotta dalla CNN, negli Stati Uniti, circa il 40% della popolazione, ovvero 4 persone su 10, possiede un’arma da fuoco o vive con qualcuno che ne è in possesso. Inoltre, due terzi di coloro che sono in possesso di armi affermano di averne più di una.

Il giorno successivo alla sparatoria, lunedì 2 ottobre, i media dello Stato Islamico avevano rivendicato la responsabilità dell’attacco, affermando che Paddock si sarebbe convertito all’Islam e affiliato allo Stato Islamico qualche mese prima della strage. La notizia non è stata confermata dall’FBI, che ha dichiarato che l’ISIS non avrebbe fornito alcuna prova che confermi le proprie affermazioni.

Nonostante le motivazioni che hanno spinto Paddock a sparare sulla folla riunita al concerto siano ancora da chiarire, la strage di Las Vegas ha riacceso la paura degli Stati Uniti nei confronti del terrorismo.

A tale proposito, un’analisi di Foreign Affairs, dal titolo “Should we treat domestic terrorists the way we treat ISIS?”, si interroga sulle differenze tra il jihadismo e il terrorismo nazionale e, di conseguenza, sul modo di trattarlo nella politica nazionale americana. Ma cosa significa essere un terrorista? Bruce Hoffman, uno dei principali esperti di terrorismo a livello mondiale, definisce il terrorismo come una violenza politica organizzata (o la sua minaccia) da parte di un gruppo substatale, il cui obiettivo è quello di avere un ampio impatto psicologico. In questo senso, dunque, il punto centrale per definire il terrorismo è la natura dell’atto, non l’obiettivo da colpire. Di conseguenza, la differenza tra individui violenti e jihadisti è molto sottile. Nello specifico, nel caso degli Stati Uniti, la differenza principale è fornita dal bagaglio politico e dall’opinione pubblica americana, che tendono ad utilizzare più facilmente l’etichetta di terrorismo quando si tratta di terrorismo internazionale.

Ciò avviene per almeno due motivi principali. Il primo motivo è l’impatto che i due tipi di terrorismo hanno sul popolo americano. Gli attacchi da parte dei jihadisti tendono a suscitare un forte sentimento di unità nazionale di fronte all’orrore provocato dall’attentato. Al contrario, gli atti di terrorismo nazionale, che siano condotti da gruppi di destra o di sinistra, dividono il popolo.

La seconda motivazione che differenzia il terrorismo nazionale da quello internazionale negli Stati Uniti è che etichettare un episodio come “terroristico” implica un peso normativo diverso. Vi sono, infatti, alcune complicazioni legali. Nonostante gli Stati Uniti abbiano una definizione federale di terrorismo nazionale, questo non costituisce un crimine federale indipendente. Inoltre, anche se venisse sviluppato uno statuto federale, non esisterebbe una ragione legale immediata per ricorrere a un’accusa di terrorismo, a meno che gli altri strumenti legali non offrano poteri o risorse sufficienti. In generale, il sistema americano dà ai governi statali, non al governo federale, la responsabilità di punire crimini violenti. In sintesi, un mutamento nella politica che riguarda il terrorismo nazionale potrebbe portare a grandi cambiamenti legali e politici.

In conclusione, possiamo affermare che, nonostante negli Stati Uniti le immagini dell’attacco alle Torri Gemelle, avvenuto l’11 settembre 2001 a New York, dominino l’idea che ci si è fatti di terrorismo, tutti i tipi di terroristi, non soltanto i jihadisti, costituiscono una grave minaccia per la nazione.

Nel caso degli Stati Uniti, in particolare, dall’11 settembre 2001, i gruppi si destra hanno ucciso 68 persone, mentre i jihadisti ne hanno uccise 95. Dall’elezione del presidente Trump, la violenza perpetrata dai gruppi di destra è aumentata. Nei 34 giorni successivi al voto, il Southern Poverty Law Center ha documentato 1094 episodi correlati alla discriminazione, di cui il 37%  coinvolgeva Trump o gli slogan della sua campagna elettorale.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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