Barcellona: Alessandro Orsini risponde ai suoi critici

Pubblicato il 5 ottobre 2017 alle 21:27 in Il commento

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Cari lettori di Sicurezza Internazionale,

vi ringrazio dei vostri commenti al mio articolo sul referendum di Barcellona. Rispondo alle critiche, peraltro molto interessanti.

Non ho scritto che la magistratura ha emesso una sentenza specifica per impedire ai cittadini di entrare nei locali in cui gli organizzatori del referendum avevano posto le urne. Ho scritto che la polizia, sulla base di una sentenza della magistratura, ha chiesto ai cittadini di non entrare o di fuoriuscire dai locali. La magistratura può affermare che lo svolgimento di un dato referendum è incostituzionale, ma poi sta al governo stabilire come dirimere la controversia. Nello specifico, il governo spagnolo ha cercato di impedire l’ingresso nei seggi elettorali perché sapeva bene, come i fatti stanno dimostrando, che il leader secessionista, anche se avesse votato una sola persona, avrebbe utilizzato quella singola scheda elettorale per andare avanti sulla via della secessione.

Il calcolo politico del governo di Madrid è stato corretto sotto il profilo strategico perché il danno alla sicurezza nazionale, che adesso la Spagna è chiamata a fronteggiare a causa del voto, è ingente. Il governo ha cercato di impedire il voto non per cattiveria o per sadismo, ma perché ha calcolato che, sotto il profilo della sicurezza nazionale, non votare sarebbe stato meno dannoso che votare. Il problema non si può risolvere con un semplice: “Non fanno niente di male. Lasciamoli votare!”. L’azione repressiva del governo spagnolo non nasce dal piacere di picchiare le persone anziane, ma dall’esigenza di elaborare una contro-strategia da contrapporre alla strategia secessionista. Il fine di tale contro-strategia è quello di ridurre al minimo il danno che i secessionisti causano, volenti o nolenti, alla sicurezza nazionale. Se i secessionisti andranno avanti, tutta la Spagna correrà il rischio di essere travolta.

Sul piano generale, l’avvio di una guerra civile, o di disordini permanenti, impoverisce un paese e gli fa perdere posizioni nella classifica internazionale degli Stati più importanti. Quando si tratta di sicurezza nazionale e internazionale, non è corretto giudicare i comportamenti di un governo con lo stesso criterio con cui si giudica il comportamento della polizia davanti a una manifestazione di operai metalmeccanici che chiedono l’aumento di stipendio. Una volta travolta la sicurezza nazionale di un paese, la vita civile diventa un inferno. Non soltanto i cittadini vengono precipitati in una vita orrenda sul piano individuale, ma tutto il paese, indebolendosi a livello sistemico, si espone alla penetrazione di altri paesi che si lanciano nel suo ventre per divorarlo dall’interno. È quello che sta accadendo alla Libia. Non esiste Stato che non cerchi di mettere un piede in quel paese. Se uno Stato conduce la pulizia etnica contro una minoranza, è bene che crolli. Ma Barcellona non è Raqqa sotto il governo dell’Isis. Con questa espressione intendo dire che, data l’enorme importanza della sicurezza nazionale per la vita di ogni uomo, è lecito che un paese si spacchi soltanto per ragioni gravissime, che però a Barcellona sembrano essere del tutto assenti.

Se la Spagna entrerà in una stagione di conflitti permanenti, il suo destino è segnato: diventerà più povera, più debole e, di conseguenza, meno capace di difendersi dalla voracità degli altri Stati giacché l’arena internazionale è, in ultima istanza, una giungla dove prevale il più forte. Il problema dello Stato spagnolo non è quello di picchiare gli spagnoli, bensì quello di impedire che gli spagnoli vengano picchiati da altri Stati.

 

 

di Alessandro Orsini

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