CONSIGLIO DI SICUREZZA ONU: RIUNIONE STRAORDINARIA SU EMERGENZA ROHINGYA

Pubblicato il 13 settembre 2017 alle 15:04 in Asia Myanmar

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Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite terrà una riunione speciale per discutere della crisi umanitaria e della violenza ai danni della minoranza etnica Rohingya nel Myanmar nord-occidentale. L’incontro segue una serie di preoccupanti avvertimenti giunti dall’Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani (UNHCR) in merito al grande esodo dei musulmani Rohingya che stanno lasciando il Myanmar per sfuggire alle operazioni di “pulizia etnica” portate avanti dall’esercito birmano e tentano di raggiungere il vicino Bangladesh. L’UNHCR stima che sono ormai quasi 300 mila i profughi Rohingya in movimento.

Un campo profughi Rohingya in Bangladesh. Fonte: flickr

Un campo profughi Rohingya in Bangladesh. Fonte: flickr

Lo stato di Rakhine, casa di 1,1 milioni di Rohingya nel Myanmar nord-occidentale, è oggetto di una sanguinosa campagna militare dal mese di ottobre 2016, in seguito ad alcuni attacchi alle stazioni di polizia di confine da parte dei militanti di origine Rohingya. A partire dal 25 agosto scorso, dopo altri attacchi dei militanti, le forze dell’ordine hanno inasprito ulteriormente le loro azioni, ciò ha causato un picco nell’esodo dei civili Rohingya che cercano di attraversare il confine e di raggiungere il Bangladesh. L’esercito birmano è accusato dall’Onu e dagli altri osservatori internazionali per i diritti umani di aver commesso violenze efferate ed esecuzioni sommarie nei confronti dei civili Rohingya, sfociando quasi in operazioni di pulizia etnica.

I profughi Rohingya che hanno raggiunto il Bangladesh hanno descritto la loro fuga dai soldati e dai fanatici buddisti che hanno messo a ferro e fuoco i loro villaggi uccidendo civili e militanti in modo indiscriminato. Il Myanmar è un paese a maggioranza buddista e non vede di buon occhio la minoranza islamica Rohingya che ritiene essere immigrata clandestinamente dal Bangladesh. I governi di molti paesi islamici – quelli di Indonesia e Malesia per primi – hanno chiesto alle autorità birmane e alla leader e premio Nobel per la Pace Aung San Suu-kyi di porre fine alle violenze, ma il governo ha finora negato ogni accusa. Il Dalai Lama ha chiesto ai buddisti del Myanmar di pensare al Buddha e di ricordarsi che egli avrebbe aiutato coloro che si trovano in difficoltà, a prescindere dal loro credo religioso. Il rappresentante dell’UNHCR Zeid Ra’ad Al Hussein ha affermato che ciò che accade nello stato di Rakhine è “un caso esemplare di pulizia etnica”.

I gruppi per i diritti umani condannano fortemente il comportamento di Ang San Suu-kyi – leader democratica e premio Nobel per la Pace – e il suo silenzio di fronte alla sofferenza della minoranza Rohingya. Il Ministero degli Esteri del Myanmar, di cui Aung San Suu-kyi è il capo, ha continuato a condannare gli attacchi dei militanti islamisti senza però fare alcun riferimento alle accuse di pulizia etnica giunte dalle Nazioni Unite e a difendere le operazioni militari.

La riunione del Consiglio di Sicurezza è stata richiesta da Gran Bretagna e Svezia, mentre la Cina, uno dei partner commerciali più importanti del Myanmar, è per ora restia a ogni coinvolgimento nel Consiglio per la gestione della crisi. Gli Stati Uniti, invece, hanno rotto il silenzio affermando di essere molto “preoccupati” per gli scontri tra esercito e militanti.

Secondo i dati diffusi dall’inviato speciale per i diritti umani dell’Onu in Myanmar, le vittime delle violenze dal 25 agosto sarebbero più di mille, mentre il governo birmano parla di 430. I rifugiati, invece, avrebbero superato i 300 mila e posto il Bangladesh in una condizione critica, poiché il paese non riesce a gestire i flussi in arrivo.

Ilaria Tipà

 

di Redazione

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