CINA: PROCESSO ALL’ATTIVISTA DI TAIWAN, UN GIOCO POLITICO

Pubblicato il 13 settembre 2017 alle 6:06 in Asia Cina

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Un attivista per i diritti umani di Taiwan, Li Mingzhe, è stato processato in Cina per aver condotto azioni sovversive sul web. Il caso ha riacceso la tensione tra Pechino e Taipei.

Il processo all’attivista politico e sostenitore dei diritti umani di Taiwan, Li Mingzhe, si è aperto in a Yueyang, nella provincia cinese dello Hunan. La prima udienza è andata avanti per più di 4 ore ed è stata trasmessa parzialmente in diretta streaming sul social network cinese per eccellenza, Weibo, lunedì 11 settembre.

Le accuse con cui Li Mingzhe è stato arrestato durante un suo viaggio in Cina nel marzo 2017 erano di attività sovversive sul web e di aver criticato il governo di Pechino e auspicato un sistema multipartitico per la Cina. Durante l’udienza, Li Mingzhe avrebbe confessato la sua colpevolezza e affermato che in passato, da Taiwan, la sua conoscenza del sistema politico e del Partito Comunista Cinese erano fondate su basi erronee e che queste lo avevano condotto a commettere i crimini di cui è accusato. Il Tribunale Intermedio di Yueyang ha sospeso l’udienza senza emanare alcuna sentenza.

La moglie di Li Mingzhe, Li Qingyu, ha ottenuto il permesso di recarsi in Cina per fare da auditrice all’udienza e alla fine della stessa si è lasciata fotografare dai media con le braccia ricoperte di scritte che recitavano “Li Mingzhe, sei il mio orgoglio” e che suo marito era stato costretto dal tribunale a confessare la sua colpevolezza.

Secondo quanto diffuso via streaming dal Tribunale, il pubblico ministero ha accusato Li Mingzhe di aver diffuso critiche e attacchi aperti al governo della Cina e al sistema sociale cinese “attraverso Facebook, QQ Space, Wechat e altri social media con un gran numero di immagini e testi, incitando anche terzi a criticare e a mettere in discussione la politica nazionale della Cina”. La Corte ha interrogato sia Li Mingzhe che l’altro imputato presente insieme a lui, un cittadino cinese proveniente dalla provincia dello Hubei di nome Peng Yuhua. I due uomini avrebbero iniziato a collaborare dal 2012 e a creare diversi gruppi sui social network per diffondere le ideologie e i sistemi politici occidentali in Cina.

La confessione di Li Mingzhe apparsa in streaming recita: “Ho diffuso tramite i gruppi social diversi testi che criticavano e attaccavano fortemente il Partito Comunista Cinese, il sistema politico e il governo della Cina e ho organizzato sui social network gruppi di studio sociali; ho scritto testi negativi sul Partito Comunista Cinese e sul governo della Cina, criticando aspramente la politica di questo paese”.
I gruppi che Li Mingzhe coordinava discutevano di argomenti taboo in Cina, come il massacro di Piazza Tian’anmen del 4 giugno 1989, le rivoluzioni democratiche occidentali.
Alla domanda del giudice in merito a un eventuale pentimento per le attività condotte, Li Mingzhe ha risposto affermando che erano basate su idee erronee. “In passato a Taiwan ero venuto a contatto con informazioni sulla Cina e sul suo governo basate su pregiudizi, erano molto diverse dalla situazione attuale. La mia permanenza in Cina e questo processo mi hanno permesso ricostruire la mia conoscenza della Cina da zero”, avrebbe dichiarato l’attivista.
La moglie di Li Mingzhe ha potuto assistere all’udienza e incontrare il marito per pochi minuti al termine del procedimento, davanti agli ufficiali e alle telecamere. La donna ha affermato che suo marito le avrebbe chiesto di “non parlare più una volta tornata a Taiwan”, ma che mentre lo diceva le avrebbe stretto forte la mano. Li Qingyu è convinta che l’ammissione di colpa e le parole pronunciate dal marito durante l’udienza gli siano state imposte dalle autorità cinesi e ha definito l’intero procedimento penale come “un grande gioco politico”. “Oggi il mondo intero è stato testimone di questo grande gioco politico ed è stato testimone della grande differenza che c’è tra i valori e i principi fondamentali a Taiwan e in Cina.”, ha affermato Li Qingyu, “quelle che a Taiwan è considerata libertà di espressione, in Cina diventa attività ribelle e sovversiva”.

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La leader di Taiwan, Tsai Ing-wen, fonte: Wikipedia Commons

L’isola di Taiwan gode di maggiori libertà rispetto alla Cina, soprattutto in termini di tutela dei diritti umani ed è amministrata – fin dal 1949 – da un governo de facto guidato attualmente dal Partito Democratico che è favorevole all’indipendenza totale da Pechino e dalla sua leader, la presidente Tsai Ing-wen. La Cina continentale considera Taiwan una sua regione amministrativa speciale e non riconosce il governo di Taipei come legittimo, al punto che la base dei rapporti diplomatici di Pechino con gli altri paesi del mondo c’è il “principio una sola Cina”. Questo principio sancisce l’esistenza di un solo governo per tutto il popolo cinese, ovvero quello di Pechino e chiede ai paesi che instaurano rapporti diplomatici con la Cina di non averne con Taiwan.

Da quando, nel 2016, è stata eletta presidente dell’isola di Taiwan Tsai Ing-wen i rapporti tra le due sponde dello stretto sono divenuti più tesi. In particolare, la prima presidente donna dell’isola ha irritato Pechino facendo una telefonata di congratulazioni all’allora neo-eletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel mese di novembre 2016. A differenza del suo predecessore, Ma Yingjiu, esponente del Partito Nazionalista più conciliante nei confronti della Cina, Tsai Ing-wen è l’esponente del Partito Democratico che auspica un’autonomia, anche economica, dalla Cina continentale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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