AUNG SAN SUU-KYI PRONTA A PARLARE DEI ROHINGYA

Pubblicato il 13 settembre 2017 alle 21:03 in Asia Myanmar

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La leader del Myanmar, Aung San Suu Kyi, parlerà della crisi umanitaria che coinvolge la minoranza etnica musulmana Rohingya nel suo primo discorso pubblico da quando la situazione nello stato nord-occidentale di Rakhine è peggiorata, lo scorso 25 agosto. Secondo le stime del governo del Bangladesh sarebbero 380 mila i profughi Rohingya ad aver attraversato il confine in fuga dalla violenza dell’esercito birmano. La crisi umanitaria della minoranza etnica ha sollevato molte critiche nei confronti di Aung San Suu-kyi, premio Nobel per la Pace, nota per il suo impegno nella difesa degli oppressi.

Il portavoce del governo del Myanmar, Zaw Htay, ha affermato che Aung San Suu-kyi “parlerà a favore della pace e della riconciliazione nazionale” nel suo prossimo discorso in televisione, il 19 settembre. Il portavoce ha anche dichiarato che Aung San Suu-kyi non prenderà parte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite prevista per la settimana del 18 settembre per gestire la crisi dello stato di Rakhine.

Aung San Suu-kyi è stata oggetto delle critiche della comunità internazionale e dei suoi colleghi vincitori del Nobel per la Pace, Desmond Tutu e il Dalai Lama, che le hanno chiesto di adoperarsi per risolvere la crisi nel suo paese. Il Dalai Lama si è appellato anche alla comunità maggioritaria buddista del Myanmar perché pensi a ciò che avrebbe fatto il Buddha e aiuti i Rohingya, nonostante la differenza di credo religioso. La leader democratica Aung San Suu-kyi è accusata di non aver esercitato la leadership morale e la compassione che la comunità internazionale si aspettava da lei di fronte a una crisi così grave come quella della minoranza etnica Rohingya.

Il Bangladesh, aldilà del confine dello stato di Rakhine, fatica a far fronte all’ondata di profughi Rohingya che ne hanno invaso le zone di confine, 9 mila gli arrivi soltanto mercoledì 13 settembre. Le autorità, coadiuvate dagli operatori Onu, stanno lavorando per la creazione di un nuovo campo di accoglienza perché sono in migliaia le persone prive di rifugio al momento.

La campagna militare nello stato di Rakhine è iniziata nel mese di ottobre 2016, in seguito ad alcuni attacchi alle stazioni di polizia di confine da parte di un gruppo di militanti islamisti di etnia Rohingya. Il 25 agosto, una nuova serie di attacchi ha scatenato un’offensiva ancora più dura da parte dell’esercito. In seguito al nuovo aumento della violenza circa 300 mila Rohingya, secondo le stime dell’Onu, hanno lasciato il Myanmar per raggiungere il Bangladesh. L’esercito birmano è accusato dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani di aver condotto operazioni di “pulizia etnica” e di aver commesso crimini contro l’umanità ai danni dei civili Rohingya. Il governo del Myanmar e il capo della sua diplomazia, Aung San Suu-kyi, hanno finora negato le accuse e difeso l’operato dell’esercito.

Aung San Suu Kyi, la leader della Birmania

Aung San Suu Kyi, la leader del Myanmar

Aung San Suu-kyi è la prima leader civile del Myanmar dopo diverse decadi e non ha alcun potere o controllo sull’esercito, che ha governato il paese per più di 50 anni, fino alle libere elezioni condotte nel 2015. Alla leader birmana è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace per il suo attivismo a favore della democrazia durante il governo militare del Myanmar. Nel suo primo discorso all’Assemblea Generale dell’Onu, nel settembre 2016, Aung San Suu-kyi aveva promesso di impegnarsi per trovare una soluzione all’odio “religioso ed etnico che affligge da lungo tempo lo stato di Rakhine”. I gruppi di attivisti per i diritti umani che sostenevano Aung San Suu-kyi mentre era agli arresti domiciliari durante il governo dell’esercito, ora la criticano aspramente per il suo silenzio e la mancata difesa dei Rohingya. I suoi simpatizzanti provano a difenderla affermando che la donna avrebbe le mani legate dall’esercito che è ancora troppo potere nel paese.

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha convocato una riunione speciale a porte chiuse per discutere di possibili contromisure per porre fine alla violenza da parte dell’esercito contro i Rohingya. Sulla questione non c’è, però, visione unanime tra i membri del Consiglio. La Cina, in particolare, è uno stretto alleato del Myanmar e non approverebbe mai la proposta del portavoce di Human Rights Watch, Phil Robertson, che ha chiesto un embargo globale della vendita di armi all’esercito birmano.

di Redazione

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