EMERGENZA ROHINGYA: IL BANGLADESH PROPONE ZONE SICURE

Pubblicato il 8 settembre 2017 alle 17:49 in Asia Bangladesh

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Il Bangladesh ha proposto la creazione di alcune “zone sicure” nello stato di Rakhine, nel Myanmar settentrionale, per ospitare gli sfollati appartenenti alla minoranza etnica musulmana Rohingya. Le zone di sicurezza dovrebbero essere gestite dai gruppi per gli aiuti umanitari e avere lo scopo di evitare che decine di migliaia di profughi tentino di attraversare il confine e di trovare riparo in Bangladesh.

Il progetto delle zone sicure è solo una delle proposte che il governo di Dhaka ha formulato al governo del Myanmar per trovare una soluzione all’emergenza umanitaria nello stato di Rakhine.

L’idea della creazione di zone sicure per la minoranza etnica di religione islamica Rohingya difficilmente verrà accolta dal governo del Myanmar che ritiene la minoranza etnica sia composta da 1,1 milioni di immigrati clandestini provenienti proprio dal Bangladesh. Qualora il progetto non andasse in porto, il Bangladesh, un paese che verte già in condizioni di povertà estreme, dovrebbe aprire nuovi campi di accoglienza per far fronte all’esodo dei Rohingya. Dal 25 agosto, secondo le stime delle Nazioni Unite, il numero di rifugiati giunti in Bangladesh ammonta a 270 mila, i numeri continuano a salire e sembra che solo tra il 7 e l’8 settembre abbiano attraversato il confine in 164 mila. I nuovi rifugiati vanno a sommarsi ai 400 mila già presenti in Bangladesh, giunti lì a seguito degli scontri avvenuti a partire dagli anni ‘90.

La proposta di Dhaka è stata sottoposta al governo del Myanmar attraverso il Comitato Internazionale della Croce Rossa e mira a creare tre aree sicure nello stato di Rakhine, dove i Rohingya sfollati a causa dei violenti scontri tra esercito e militanti potrebbero trovare rifugio sotto la supervisione delle organizzazioni umanitarie internazionali. Nessun commento è stato rilasciato in merito dal governo birmano.

Il Bangladesh sta cercando di far fronte al flusso di migranti che raggiungono il suo territorio aprendo nuovi campi di accoglienza vicino alle zone di confine. Si tratta però di rimedi con breve durata. “La soluzione deve venire dal Myanmar. Le Nazioni Unite sperano che il Myanmar possa risolvere il problema alla radice”, ha dichiarato l’Alto Commisario Onu per i Rifugiati in Bangladesh.

Dhaka confida nel supporto della comunità internazionale e soprattutto in quello dei paesi islamici più vicini. La Malesia ha affermato, attraverso la sua guardia costiera, che non respingerà imbarcazioni Rohingya che tentino di raggiungere le sue coste e che fornirà loro un riparo temporaneo.

34.000 persone di etnia Rohingya hanno lasciato il Myanmar, dall'ottobre 2016. Fonte: EU Humanitarian Aid and Civil Flickr

34.000 persone di etnia Rohingya hanno lasciato il Myanmar, dall’ottobre 2016. Fonte: EU Humanitarian Aid and Civil Flickr

La minoranza etnica di religione musulmana Rohingya vive una durissima campagna militare dell’esercito iniziata nel mese di ottobre 2016 e esacerbatasi nelle ultime settimane, a partire dal 25 agosto 2017. La ragione che ha scatenato la repressione violente dell’esercito birmano è stata l’organizzazione di attacchi ai posti di polizia di confine da parte di alcuni gruppi di militanti islamisti di etnia Rohingya. L’esercito è accusato dagli organismi internazionali per la tutela dei diritti umani, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite in primis, di aver commesso violenze e crimini contro l’umanità ai danni dei Rohingya. Il governo del Myanmar, guidato dal premio Nobel per la Pace Aung San Suu-kyi, non ha negato le accuse e non ha fermato le operazioni militari nemmeno di fronte agli appelli giunti da molti paesi la maggior parte a maggioranza islamica come  Malesia, Indonesia, Pakistan, Turchia e Sud Africa. Il premio Nobel per la Pace e presidente del Sud Africa Desmond Tutu ha chiesto alla leader birmana, anche lei vincitrice del prestigioso premio, Aung San Suu-kyi di farsi avanti e condannare il massacro dei Rohingya.

Ilaria Tipà

di Redazione

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