MINE ANTI-ROHINGYA SUL CONFINE TRA MYANMAR E BANGLADESH

Pubblicato il 7 settembre 2017 alle 6:03 in Asia Myanmar

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Il Myanmar ha minato una sezione del suo confine con il Bangladesh, secondo quanto riferito dalle fonti del governo di Dhaka. Secondo le autorità del Bangladesh, le mine servirebbero per evitare che i musulmani Rohingya che attraversano il confine per cercare rifugio in Bangladesh ritornino in Myanmar. Intanto, la leader birmana Aung San Suu-kyi, di fronte alla pressione da parte della comunità internazionale, chiede di non ascoltare la disinformazione diffusa dai militanti islamisti in merito a quanto sta accadendo nello stato di Rakhine, nel nord del paese.

Suddivisione in stati del Myanmar. Nello stato di Kachin, al confine con la Cina e nello stato di Rakhine sono in corso scontri ed emergenze profughi.

Suddivisione in stati del Myanmar. Nello stato di Kachin, al confine con la Cina e nello stato di Rakhine sono in corso scontri ed emergenze profughi.

Il Bangladesh protesterà formalmente contro il Myanmar perché quest’ultimo ha posizionato alcune mine nella zona prossima al confine tra i due paesi. Il confine tra lo stato di Rakhine, nel Myanmar settentrionale, e il Bangladesh è il teatro della grande migrazione di musulmani appartenenti alla minoranza etnica Rohingya che fuggono dallo stato di Rakhine dove è in corso una durissima campagna militare dell’esercito. Le operazioni militari vanno avanti dall’ottobre 2016, ma la situazione è peggiorata dal 25 agosto, quando un gruppo di militanti di etnia Rohingya ha attaccato alcune stazioni della polizia di confine del Myanmar. Le vittime delle ultime settimane di scontri ammontano a 400, mentre i Rohingya che da quella data hanno raggiunto il Bangladesh sono circa 125 mila. Se si guarda al numero totale dei rifugiati a partire dall’ottobre 2016, esso ammonta a 210 mila persone.

Le autorità del Bangladesh sono state informate della presenza di mine vicine al confine con il Myanmar, ma non è ancora chiaro chi abbia piazzato le mine e soprattutto se sia o meno stata opera dell’esercito.

L’esercito del Myanmar ha affermato che le mine sono state poste nella zona di confine negli anni 90 e che da allora sono rimaste lì.

La leader del Myanmar e premio Nobel per la Pace, Aung San Suu-kyi, non ha fatto alcun riferimento alle mine o all’esodo dei Rohingya verso il Bangladesh, tuttavia ha accusato i militanti islamisti appartenenti alla minoranza etnica di essere “terroristi che hanno creato un grande iceberg di disinformazione” in merito alla violenza in corso nello stato di Rakhine.

Aung San Suu-kyi è sottoposta a una forte pressione internazionale da parte dei paesi musulmani dell’Asia. Appelli per la fine della violenza ai danni dei musulmani Rohingya sono giunti dall’Indonesia, dalla Malesia, dal Pakistan e dalla Turchia. Inoltre, martedì 5 settembre, è giunta anche una lettera da parte del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. La lettera è un avvertimento al governo del Myanmar sul rischio di una pulizia etnica e di detribalizzazione regionale. Guterres ha espresso la sua preoccupazione per il picco che la tensione tra esercito e Rohingya ha raggiunto dal 25 agosto e ha affermato che essa potrebbe degenerare creando una “catastrofe umanitaria”. Il Segretario Generale ha chiesto l’intervento del Consiglio di Sicurezza perché chieda calma e fine della violenza.

Per tutta risposta, Aung San Suu-kyi ha diffuso un comunicato tramite il suo account Facebook in cui afferma che il governo ha già “iniziato a difendere tutta la popolazione dello stato di Rakhine nel miglior modo possibile” e ha messo in guardia dalla disinformazione che verrebbe diffusa dai militanti islamisti e che potrebbe danneggiare i rapporti diplomatici tra il Myanmar e gli altri paesi. Aung San Suu-kyi vinse il premio Nobel per la Pace nel 1991 per il suo impegno a favore della democrazia e della tutela dei diritti umani nel suo paese. I suoi detrattori ora chiedono che il Premio venga revocato, poiché la leader birmana non si sta prodigando come dovrebbe per risolvere la crisi umanitaria dei Rohingya.

Ilaria Tipà

di Redazione

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