EGITTO-ITALIA: IL GRANDE IMBARAZZO

Pubblicato il 7 settembre 2017 alle 9:07 in Africa Egitto

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L’Egitto e l’Italia hanno deciso di riallacciare le relazioni diplomatiche, interrotte nell’aprile 2016, in seguito all’uccisione del ricercatore italiano, Giulio Regeni, avvenuta al Cairo il 25 gennaio dello stesso anno.

L’ambasciatore italiano in Egitto e l’ambasciatore egiziano in Italia inizieranno nuovamente i loro mandati a partire dal 14 settembre. La notizia è stata annunciata dal ministro degli esteri, Angelino Alfano, secondo cui la ripresa dei rapporti contribuirà a scoprire la verità sulla morte di Regeni. “L’Egitto è un partner fondamentale per l’Italia, non è possibile che i nostri Paesi non continuino a portare avanti il dialogo diplomatico”, ha spiegato Alfano, il quale sostiene che il Cairo sia un partner importante per stabilizzare la Libia.

Giulio Regeni

Giulio Regeni. Fonte: Wikimedia Commons

Regeni era un ricercatore italiano della Cambridge University che si trovava in Egitto per fare uno studio sui sindacati. Dopo essere scomparso il 25 gennaio, il corpo privo di vita è stato ritrovato il 3 febbraio, vicino al Cairo, in un fosso lungo l’autostrada Cairo-Alessandria. L’autopsia ha rivelato che il ragazzo venne torturato prima di essere ucciso. Da allora, sono in corso indagini per capire chi siano stati i responsabili del suo assassinio. Inizialmente, era stata incolpata una banda criminale locale specializzata in rapimenti di stranieri, i cui membri furono uccisi dalla polizia egiziana. In seguito, le forze di sicurezza locali riferirono di aver trattenuto Regeni il giorno in cui sparì. Da più di un anno, sui media italiani e americani avanzano il sospetto secondo cui i responsabili dell’assassinio sarebbero i servizi segreti egiziani.

Il giorno successivo alla decisione italiana di rinviare il proprio ambasciatore al Cairo, Human Rights Watch ha pubblicato un report di 63 pagine in cui denuncia l’utilizzo sistematico delle torture e della violenza da parte del regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi nei confronti dei detenuti, azioni che secondo l’organizzazione umanitaria possono essere considerate crimini contro l’umanità. Nel documento si legge che, per cercare di raggiungere la stabilità generale, al-Sisi ha autorizzato la polizia e gli ufficiali di sicurezza nazionale a effettuare arresti e torture di massa, al fine di rendere il Paese più stabile. La maggior parte degli incarcerati in Egitto sono simpatizzanti del gruppo islamista della Fratellanza Musulmana,che governò l’Egitto dal 2011 al 2013, sotto la guida dell’ex presidente democraticamente eletto Mohammed Morsi, rovesciato dal colpo di Stato militare del 3 luglio del 2013. Da allora, il regime di al-Sisi ha arrestato 60,000 persone, centinaia delle quali sono sparite o sono state condannate a morte.

Secondo le indagini di Human Rights Watch, le forze di sicurezza effettuano torture sistematiche per estorcere confessioni, o semplicemente per punire i detenuti. Il Ministro dell’Interno egiziano ha sempre negato tali accuse, tuttavia, il quotidiano The New Arab sostiene che il regime abbia fatto oscurare numerosi siti di attivisti che denunciavano tali azioni.

In linea con il pensiero di Human Rights Watch, il 25 agosto, l’amministrazione Trump ha deciso di imporre restrizioni a un pacchetto di aiuti dal valore di 96 milioni di dollari destinati all’Egitto e di rinviare l’erogazione di un altro finanziamento militare da 195 milioni di dollari previsti per il Cairo, accusando le autorità egiziane di aver commesso violazioni dei diritti umani.

Sofia Cecinini

di Redazione

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