LA LIBIA E IL TERRORISMO

Pubblicato il 3 settembre 2017 alle 10:03 in Approfondimenti Libia

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Il Country Report on Terrorism del governo americano del 2016 ha inserito la Libia tra i Paesi considerati rifugi sicuri per il terrorismo.

L’ultimo attacco è avvenuto il 23 agosto, quando alcuni militanti dell’ISIS hanno ucciso 14 soldati dell’esercito libico, presso un posto di blocco delle forze fedeli al generale Khalifa Haftar, nella zona di Al-Jafra, a sud-est di Tripoli.

Le motivazioni che hanno permesso, e che continuano a permettere, ai gruppi armati di estremisti di agire indisturbatamente nel Paese nordafricano, avvantaggiandosi dell’instabilità politica e delle blande misure di sicurezza, sono presto dette. Da quando il regime del dittatore Muammar Gheddafi è stato rovesciato nell’ottobre 2011, la Libia non è mai riuscita a compiere una transizione democratica. Tra il 2012 e il 2014, il Paese è giunto nuovamente sull’orlo di una guerra civile, nell’ambito della quale lo scontro tra le principali fazioni ha dato vita a due governi rivali, uno a Tobruk e l’altro a Tripoli. Nel dicembre 2015, nella città marocchina di Skhirat, si è svolto un incontro segreto per cercare di trovare una soluzione comune che ponesse fine alla crisi, ed è stato creato il Governo di Accordo Nazionale (GNA), capeggiato dal primo ministro Fayez Serraj, appoggiato dalle Nazioni Unite. Questo nuovo governo avrebbe dovuto unificare la Libia, rendendo più efficace la lotta contro le milizie islamiste legate all’Isis. Tuttavia, il governo di Tobruk si è rifiutato di riconoscere l’autorità del Governo di Accordo Nazionale, il quale si è insediato a Tripoli nel marzo 2016. Ancora oggi, Serraj lotta, senza successo, per imporre la propria autorità a tutta la Libia.

Secondo il report americano, proprio l’incapacità del Governo di Accordo Nazionale di amministrare efficacemente il territorio ha reso la Libia una preda appetibile e facilmente sfruttabile dalle organizzazioni terroristiche, soprattutto nelle aree di Bengasi, Derna e nei deserti del sud e dell’ovest. Nonostante il governo di Serraj si sia impegnato a combattere l’ISIS, lo scarso controllo esercitato nel sud della Libia ha reso difficile l’eliminazione dei jihadisti. In particolare, le autorità di Tripoli hanno avuto grosse difficoltà nel tracciare i movimenti dei flussi dei foreign fighters che entravano e uscivano dal Paese. Allo stesso modo, le autorità di Tobruk non sono state in grado di effettuare monitoraggi efficienti.

Al fine di limitare le attività dei gruppi terroristici, nel 2016, la Libia ha richiesto l’assistenza internazionale per distruggere le componenti rimanenti del proprio programma nucleare, in modo da non correre il rischio che tali sostanze venissero utilizzare dai militanti. Nove Paesi in totale hanno partecipato a tali operazioni, insieme al Prohibition of Chemial Weapons, con la Danimarca che ha svolto un ruolo di primo piano nella rimozione di tali componenti dalla Libia, e con la Germania che ha effettuato la loro distruzione. Gli Stati Uniti hanno assistito il Paese nordafricano a loro volta, soprattutto per rafforzare i controlli ai confini ed eliminare i jihadisti dello Stato Islamico. Gli ufficiali americani hanno altresì addestrato quelli del Governo di Accordo Nazionale per diminuire la minaccia dei terroristi verso gli interessi americani in Nord Africa e in Europa. Nel corso dell’anno passato, il successo maggiore che è stato ottenuto nella lotta contro i miliziani dell’ISIS è stato la liberazione di Sirte, considerata un obiettivo chiave in quanto era la roccaforte principale dei terroristi nel Paese. Ciò è stato possibile grazie alla campagna US Africa Command’s Operation Odissey Lightin, e ha permesso alle forze di Tripoli di interrompere le connessioni dello Stato Islamico nel Nord Africa, in Sahel ed in Europa. Il Governo di Accordo Nazionale ha reso noto che, nel corso della campagna per liberare Sirte, durata 7 mesi, sono stati uccisi 700 terroristi, mentre altri 3,200 sono stati feriti. La presenza dei terroristi è stata riscontrata anche a Derna e a Bengasi nel corso di tutto il 2016. Molti di loro sono stati costretti a scappare grazie all’intervento della Libyan National Army, capeggiata dal generale Khalifa Haftar, sostenitore del governo di Tobruk.

Oltre all’ISIS, il governo americano ha riscontrato la presenza di altri gruppi terroristici in Libia nel corso dell’anno passato, quali Ansar al-Sharia-Bengasi (AAS-B), Ansar al-Sharia Darnanh e al-Qaeda nel Magreb islamico (AQIM). Esattamente come i militanti dello Stato Islamico, queste organizzazioni si sono avvantaggiate della situazione di estrema instabilità politica per continuare le loro attività. Nello specifico, l’obiettivo di AQIM nel sul della Libia è quello di accrescere i propri legami con le autorità e le tribù locali per acquisire supporto finanziario.

Tra i principali attacchi terroristici che si sono verificati nel 2016 contro il Governo di Accordo Nazionale e le forze occidentali si ricordano:

  • Il 7 gennaio a Zliten, dove un camion-bomba ha ucciso 60 persone e ferite altre 200 presso il campo di addestramento della polizia di al-Jahfal, che dovrebbe essere stato compiuto dall’ISIS;
  • Il 13 gennaio, 3 civili sono morti, mentre altre decine sono stati feriti in un attacco dello Stato Islamico a Sirte, contro un ospedale;
  • Il 2 agosto 22 persone sono morte quando un’autobomba si è scagliata contro un check-point delle forze di polizia in un’area residenziale di Bengasi;
  • Il 29 ottobre, sempre a Bengasi, un’auto è esplosa dopo essere stata colpita da un missile, uccidendo 4 civili, tra cui il capo della Libyan Anti-Corruption Organization, ohammed Boukaigis;
  • Il 2 dicembre, diverse donne dell’ISIS hanno commesso un attacco suicida di massa a Sirte, in cui sono morte 6 persone.

Per quanto riguarda la legislazione anti-terrorismo, la Libia non presenta una regolamentazione forte e precisa, anche se il suo codice penale considera gli atti di terrorismo crimini. Nel 2013, l’allora governo ufficiale libico, il General National Congress (GNC), adottò le leggi numero 27 e 53, con l’obiettivo di stabilire un piano per includere alcune milizie armate tra le forze di sicurezza libiche. Tuttavia, nessuna delle due leggi è mai entrata in vigore. Sempre a causa del conflitto politico, le forze di sicurezza libiche non sono in grado di prevenire, gestire, rispondere e investigare attacchi terroristici in modo esauriente. È significativo il fatto che, nel 2016, non ci siano stati processi legati a casi di terrorismo. Per di più, la polizia nazionale è altamente frammentata, inadeguatamente addestrata ed equipaggiata, e necessita di mettere in atti meccanismi di coordinazione più efficaci. Molti giudici e altri ufficiali giudiziari sono stati oggetto di rapimenti e assassinii, soprattutto nelle zone di Bengasi e Derna.

Il Governo di Accordo Nazionale non è stato nemmeno in grado di mettere in sicurezza i confini della Libia, che hanno costituito territori propizi per i traffici illegali di esseri umani, di beni, di armi, di antichità, di droga e di foreign fighters. Tutto ciò ha posto una grave minaccia a tutta la regione, ma anche all’Europa, dove, nel 2016, sono giunti via mare oltre 361,000 migranti. L’82% delle imbarcazioni che hanno raggiunto i Paesi Europei partendo dal Nord Africa, sono salpate dalla Libia. Nello specifico, secondo i dati dell’International Organization for Migration, in Italia sono giunti 181,436 sbarchi, 18,904 migranti sono stati salvati nelle acque libiche, mentre 4,576 sono morti.

In materia di contrasto al finanziamento del terrorismo, la Libia fa parte del Middle East and North Africa Financial Action Task Force, di un altro organo regionale dedicato alle stesse attività, e anche del Counter-ISIS Finance Group. A livello nazionale, le autorità di Tripoli hanno creato un sistema di database per accrescere la trasparenza nei controlli dei pagamenti dei salari governativi. Tuttavia, le autorità di Tripoli non hanno le capacità di controllare adeguatamente i flussi finanziari e, inoltre, non è stata nemmeno adottata una strategia per contrastare la diffusione dell’estremismo violento.

Sofia Cecinini

di Redazione

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