COREA DEL NORD: LA CINA NON COMPRENDE I CAMBI DI ROTTA USA

Pubblicato il 24 agosto 2017 alle 6:07 in Asia Corea del Nord

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

La Cina osserva con attenzione e preoccupazione i continui cambiamenti nelle dichiarazioni dei leader degli Stati Uniti in merito alla Corea del Nord e teme che l’allentamento della tensione attuale possa essere solo superficiale, come analizza un editoriale di DWNews, agenzia di stampa libera cinese basata negli Stati Uniti.

L’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Corea del Nord continua a mutare di giorno in giorno. Dalle dichiarazioni di voler mettere Pyongyang a “ferro e fuoco”, Donald Trump è passato prima a lodare la “saggia decisione” di sospendere temporaneamente l’attacco alla base Usa di Guam da parte di Kim Jong-un e poi ad affermare che il leader della Corea del Nord ha “iniziato a fidarsi degli Stati Uniti”. Intanto, il segretario di Stato Rex Tillerson ha prima lasciato intravedere l’opzione militare, e ha poi favorito il dialogo con Pyongyang, auspicando che possa riprendere nel futuro prossimo.

La Corea del Nord non ha effettuato altri test missilistici dopo l’approvazione dell’ultimo pacchetto di sanzioni Onu, il 5 agosto. Gli Stati Uniti, il 23 agosto, hanno approvato un altro gruppo di provvedimenti sanzionistici nei confronti di alcune aziende russe e cinesi che avrebbero continuato ad aiutare Pyongyang e a fornirle flussi di valute estere da utilizzare per finanziare i suoi programmi nucleare e missilistico. Inoltre, gli Usa hanno avviato le esercitazioni militari annuali con la Corea del Sud che Pyongyang vede come preparativi di invasione e che la Cina ha chiesto più volte di non eseguire per non esasperare la tensione sulla penisola.

Il fatto che Kim Jong-un stia rimanendo a guardare è un segnale di distensione? Secondo l’agenzia stampa cinese DWNews non lo è affatto, si tratta, invece, di una pausa misurata in cui il ruolo della Cina non è trascurabile.

Secondo alcuni analisti, la tregua nei test missilistici di Pyongyang sarebbe strettamente correlata alle nuove sanzioni Onu e alle minacce di intervento militare da parte degli Usa. È davvero così?

L’amministrazione Trump, scrive DWNews, non tiene in considerazione il ruolo della Cina. In Cina, molti sostengono che la condizione per cui Pechino e Mosca avrebbero approvato la Risoluzione 2371 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e le nuove sanzioni per spingere gli Stati Uniti ad aprirsi al dialogo con Pyongyang, al fine di tornare al negoziato a sei parti, interrotto nel 2008. In seguito alle dichiarazioni di apertura al dialogo di Tillerson, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha affermato di aver già detto ai sei paesi del negoziato a sei parti di essere disposto a fare da mediatore per coadiuvare il ritorno al dialogo.

Pyongyang, dal canto suo, ha dichiarato che si sarebbe astenuta dal colpire con i suoi missili la base degli Stati Uniti sull’isola di Guam per attendere le mosse degli “Yankees”, ma rimane sul piede di guerra. Il 23 agosto, mentre dagli Stati Uniti giungevano le lodi e si apriva la possibilità di dialogo, Kim Jong-un ha fatto visita all’Istituto per la Chimica dei Materiali applicati alla Difesa e chiesto che venga ampliata la produzione di motori per missili a combustibile solido.

Dal punto di vista di Pechino, scrive DWNews, le lodi alla Corea del Nord che giungono dagli Stati Uniti non implicano un allentamento della tensione nella penisola coreana.

Le ragioni di questa visione sono due. La prima è che è impossibile comprendere se ci sia unanimità nell’apertura al dialogo all’interno dell’amministrazione Trump o se giungerà un nuovo cambio di rotta. La seconda è che non è possibile sapere se Kim Jong-un voglia adeguarsi all’apertura al dialogo oppure no, tenendo presente che se non vorrà farlo, l’influenza della Cina nei suoi confronti è limitata. D’altronde, il leader maximo di Pyongyang ha detto chiaramente che sarebbe rimasto in attesa della prossima mossa degli Stati Uniti e ha condannato aspramente le sanzioni alle aziende russe e cinesi approvate il 23 agosto degli Stati Uniti.

Se davvero si tornasse al tavolo negoziale, secondo l’agenzia stampa cinese, Pechino dovrebbe preoccuparsi di tutelare gli interessi strategici di tutte le parti coinvolte, ma è convinta che conclusa la questione nordcoreana, Donald Trump sia già pronto a scagliarsi contro un’altra zona dell’Asia: quella nord-orientale. L’inclusione dell’India nella ricostruzione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti non è ben vista a Pechino, così come non lo sono le accuse di Trump al Pakistan per lo scarso impegno nell’antiterrorismo.

Ilaria Tipà

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.