ISIS A BARCELLONA: LETTERA APERTA DI ALESSANDRO ORSINI AI SUOI CRITICI

Pubblicato il 19 agosto 2017 alle 14:40 in Il commento

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

IMG_0032

Caro lettore,

sono oggetto di critiche per i miei interventi sul terrorismo, soprattutto dopo le mie dirette di ieri a Sky Tg 24 e a LA 7 “in Onda”. Le accuse principali sono due.

La prima accusa è che sarei una persona cinica, priva di sensibilità per il dolore delle vittime. Non è così. Il mio dolore è pari a quello di tutti gli altri. Tuttavia, sono uno studioso di terrorismo e sono obbligato, per motivi professionali, a controllare le mie emozioni in pubblico per due ragioni.

In primo luogo, la mia Università mi ha assunto per fornire un particolare bene culturale che consiste nell’analizzare il terrorismo in modo razionale e distaccato. A me non è concesso di commuovermi in televisione o di fare discorsi demagogici davanti a un microfono. Tradirei la fiducia che la mia Università ha riposto in me e tradirei anche la fiducia dei miei studenti. Per poter svolgere il mio lavoro in modo adeguato, devo esercitare un rigido controllo sulle mie parole e sulle mie emozioni. Ho ricevuto un’educazione severa per riuscire in quest’impresa. Tutti gli studiosi di terrorismo americani, che abbiano raggiunto un certo livello di preparazione, sono come me.

In secondo luogo, il distacco emotivo che mostro in pubblico è legato al fatto che le persone tendono a fidarsi di ciò che dico anche perché sanno che le mie parole scaturiscono da ricerche condotte al MIT di Boston, una delle più importanti università del mondo. Ciò significa che le mie parole possono avere un’influenza sulla percezione della realtà di molti italiani. Se le mie parole diffondono messaggi che amplificano il terrore, perché mi lascio travolgere dall’emotività o perché mi abbandono a discorsi retorici e demagogici, il mio Paese riceve un danno in favore dell’Isis. Il mio intento è di aiutare il mio Paese nella lotta contro l’Isis attraverso gli strumenti di cui dispongo, che sono strumenti culturali. Se fossi una persona cinica, indifferente alla sofferenza delle vittime, non avrei accettato di fare parte della Commissione istituita dal governo italiano per lo studio della radicalizzazione jihadista a titolo gratuito.

La seconda accusa è che la mia interpretazione dell’Isis sarebbe fallace perché l’Isis continua a colpirci mentre io sostengo che le sue capacità offensive sarebbero in declino. Per poter comprendere il mio discorso, occorre conoscere la premessa dalla quale muovo. La premessa è che siamo in guerra e, pertanto, considero un fatto scontato che avremo altri morti. I discorsi di quegli analisti italiani che affermano che non saremmo in guerra è la retorica di chi non ha niente da dire. Non siamo noi a stabilire se siamo in guerra oppure no. L’Isis ci attacca e ci uccide. Dunque, siamo in guerra. La guerra con l’Isis è un fatto oggettivo che si impone dall’esterno in modo coercitivo e che si manifesta attraverso gli attentati. La guerra in cui siamo coinvolti non ha niente a che vedere con la nostra volontà individuale. Uccidiamo e veniamo uccisi. Chiarito che siamo in guerra, e che do per scontato che avremo altri morti, è per me una buona notizia se il mio nemico ha sempre più difficoltà a procurarsi le pistole, i mitragliatori e le cinture esplosive. Se cinque terroristi, com’è accaduto a Cambrils, uccidono una sola persona dopo essersi rinchiusi tutti insieme in una macchina, questa è una buona notizia nella mia prospettiva di analisi. Il rapporto è di cinque a uno in nostro favore. Cinque terroristi si sono fatti abbattere facilmente dai poliziotti spagnoli per uccidere – questo è il bottino di guerra dell’Isis a Cambrils – un solo innocente. Nessun terrorista professionale progetterebbe un piano così fallimentare. I cinque terroristi di Cambrils sarebbero stati molto più letali se avessero colpito la città in cinque punti differenti con i mitragliatori. I terrositi che hanno realizzato la strage di Parigi del 13 novembre 2015 avevano ricevuto un addestramento militare in Siria nei domini dello Stato Islamico. La differenza è che i cinque terroristi di Cambrils hanno ucciso una sola persona mentre i sette kamikaze di Parigi hanno causato 132 morti.

In guerra, la riduzione progressiva delle capacità di fuoco del nemico è la migliore delle notizie perché, con il passare del tempo, il nemico si indebolsice sempre di più, fino alla sconfitta completa.

Grazie di leggere Sicurezza Internazionale

di Alessandro Orsini

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.