LA NON-INGERENZA FLESSIBILE DELLA CINA IN SUD SUDAN

Pubblicato il 18 agosto 2017 alle 12:05 in Asia Cina

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La Cina ha sempre difeso il principio di non-ingerenza negli affari interni degli altri paesi. La situazione, però, sta cambiando. Con il crescere e l’evolversi della sua influenza a livello globale e dei suoi legami commerciali con il resto del mondo, la Cina sta cercando di “tarare” – come direbbero gli stessi cinesi con un verbo che significa esattamente “fare degli aggiustamenti continui finché qualcosa non è completo” – la sua non-ingerenza e di “armonizzarla” – altro vocabolo caro ai leader di Pechino- per difendere gli interessi economici dei suoi cittadini all’estero e la sua reputazione a livello internazionale.

Tutto ciò vuol dire modellare la politica estera della non-interferenza e farla divenire qualcosa di nuovo che possa essere all’altezza del ruolo di potenza globale che il presidente Xi Jinping sta costruendo per la Cina. Ciò che emergerà da questo assestamento avrà un impatto molto forte sul ruolo che Pechino potrà giocare sullo scacchiere internazionale.

Il caso più significativo in cui la Cina si trova a dover interferire con gli affari interni di un paese per tutelare i suoi interessi economici e i suoi cittadini che vivono lì è l’Africa e in particolare, nel continente africano, è il Sud Sudan, secondo l’analisi dell’International Crisis Group.

La Cina ha iniziato a sperimentare il suo coinvolgimento più attivo in Sud Sudan, dopo il 2008. Nel 2008, la Cina venne aspramente criticata per aver sostenuto il governo del Sudan nella campagna anti-insurrezionista nel Darfur. Tale sostegno costò a Pechino una serie di richieste di boicottaggio delle Olimpiadi, svoltesi nella capitale cinese nell’agosto 2008.

In seguito a questo evento, la Cina ha iniziato a modificare il suo modo di guardare al resto del mondo e in particolar modo ai paesi africani. Pechino ha fatto ricorso alla sua influenza sul governo del Sudan e alla sua posizione di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per assicurare l’arrivo dei corpi di pace Onu nel Darfur entro la fine del 2008. Nel 2012, con l’inizio della guerra civile in Libia, Pechino ha evacuato con successo tutti i cittadini cinesi presenti nel paese. In entrambi i casi, la Cina ha dimostrato di poter abbandonare la sua posizione di neutralità e di non ingerenza, soprattutto quando sono in gioco gli interessi del paese stesso o dei suoi cittadini.

Quando è scoppiata la guerra civile nel Sud Sudan, alla fine del 2013, la Cina iniziò a pensare a una lettura più flessibile della politica di non ingerenza e a considerare la situazione una buona occasione per tentare nuovi approcci per difendere i propri interessi nazionali. Erano diverse le ragioni per cui Pechino doveva riflettere sul da farsi. In primo luogo, la China National Petroleum Corporation – la più grande azienda statale per il petrolio e i carburanti della Cina – aveva enormi investimenti in Sudan, dove rappresentava un attore economico quanto politico. In secondo luogo, gli interessi nazionali della Cina erano allineati con quelli dei paesi occidentali che auspicavano la fine del conflitto. I leader cinesi decisero di collaborare con l’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD) – autorità del regionale del Corno D’Africa a cui era stata affidata la missione di mediare nel processo di pace in Sudan – e con i paesi occidentali al fine di intervenire costruttivamente per risolvere la crisi e tenere sotto controllo le minacce alla reputazione di Pechino.

Questa decisione rappresenta il superamento della politica di non ingerenza in senso stretto. La Cina avrebbe potuto appellarsi al principio di non-interferenza, anche aiutando le parti in lotta a negoziare, ma non lo ha fatto.

Si è invece impegnata attivamente nel processo di pace svoltosi in Etiopia, ha ospitato gli incontri negoziali tra le varie fazioni in lotta in Sudan, ha di fatto plasmato le azioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ha voluto l’invio dei corpi di pace. Da ultimo, è entrata a far parte nell’agosto 2015, dell’autorità per la supervisione del processo di pace.

La Cina potrà ancora richiamare il principio di non-ingerenza negli affari interni degli altri paesi, ma la sua definizione di “non-ingerenza” sembra essere divenuta più elastica e flessibile.

Pechino continua a essere irremovibile sulla non interferenza quando si è in presenza di questioni che riguardano strettamente la politica interna dei paesi, si oppone ai cambi di regime o agli interventi militari unilaterali. La Cina crede che mostrare rispetto, invece di esercitare pressioni o imporre punizioni, sia la via migliore per stimolare la cooperazione e il miglioramento della governance. Tale convinzione ha ragioni storiche profonde che risalgono alla fine del diciannovesimo e all’inizio del ventesimo secolo, quando il Paese di Mezzo è stato oggetto di conquiste, invasioni e poi di sanzioni. Per questo Pechino preferisce la persuasione morbida e il dialogo.

Il cambiamento nella visione tradizionale della non-ingerenza si ha quando la Cina si trova davanti a conflitti civili che si espandono aldilà dei confini di un singolo stato e mettono a repentaglio la sicurezza e la stabilità di regioni intere o generano emergenze umanitarie. Questi sono i casi in cui i leader di Pechino ritengono giustificato un coinvolgimento diretto. Questo coinvolgimento è molto diverso, però, da quello degli Stati Uniti. La Cina supporta in primo luogo il negoziato e il dialogo politico, non impone risultati che le sono congeniali, se non quando i suoi cittadini o i suoi investimenti sono a rischio, secondo il rapporto dell’International Crisis Group.

Quello del Sudan è stato un esperimento di politica estera condotto dalla Cina. Pechino è consapevole di essere nuova nel gestire questo tipo di situazioni, perciò agisce con cautela e per tentativi. Impara dalle esperienze di successo e di sconfitta degli altri paesi che operano per la tutela della pace.

Se, da un lato, il corpo diplomatico cinese non è ancora preparato a sufficienza per questo nuovo ruolo che la Cina si sta ritagliando, dall’altro, la sua influenza economica e politica fanno sì che il suo ingresso in qualsiasi situazione internazionale cambi le carte in tavola. Finora, secondo il report dell’International Crisis Group, l’impegno diretto della Cina in Sud Sudan è stato proficuo. È andato a vantaggio degli interessi cinesi, sì, ma anche di quelli dei paesi occidentali, dei loro alleati africani e del popolo del sudanese del sud, per questo è auspicabile che Pechino prosegua verso questa nuova via di “non-ingerenza flessibile”.

Ilaria Tipà

Mappa Sud Sudan. Fonte: www.powertech-africa.com

Mappa Sud Sudan. Fonte: www.powertech-africa.com

di Redazione

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