IL SISTEMA DI PRIGIONIA DELL’ISIS

Pubblicato il 15 agosto 2017 alle 20:30 in Approfondimenti

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Dopo l’autoproclamazione dello Stato Islamico, avvenuta il 29 giugno 2014, il gruppo terroristico si è impadronito di numerosi territori iracheni, siriani e libici, arrivando a uccidere migliaia di persone in due anni e mezzo. Secondo il Country Report on Terrorism del governo americano, nel solo 2016, l’ISIS ha causato la morte di 1113 persone, contro le 969 uccise nel 2015, e le 1090 del 2014. I jihadisti di al-Baghdadi hanno sempre fatto ricorso a pratiche violente contro i loro nemici, costruendo prigioni apposite dove questi sono stati internati e torturati.

Per cercare di approfondire la questione, è utile e necessario fare riferimento allo studio effettuato dagli esperti di terrorismo Asaad Almohammad, Anne Speckhard e Ahmet S. Yayla, i quali hanno condotto un’analisi dettagliata sul sistema di prigionia dello Stato Islamico, pubblicato dall’International Center for the Study of Terrorism. Gli studiosi hanno intervistato 55 individui legati all’ISIS, tra cui ex militanti, ex prigionieri, foreign fighters, e 17 civili siriani che son stati nelle mani dei terroristi per lungo tempo. Sulla base delle dichiarazioni raccolte, i tre esperti hanno individuato tre diverse fasi relative alle modalità con cui i terroristi dello Stato Islamico arrestano e interrogano i loro nemici.

La prima fase è quella del rapimento/arresto, la quale può avvenire secondo diversi metodi. I primi prigionieri venivano per lo più catturati in pubblico. Successivamente, alcuni ex militanti hanno raccontato di essere stati arrestati mentre cercavano di fuggire o perché erano accusati di aver preso parte alle attività di altri gruppi terroristici rivali. La maggior parte dei civili intervistati ha spiegato di essere stata presa da uomini mascherati, a Raqqa, i quali controllavano senza sosta le strade della città per verificare che tutti i residenti rispettassero le regole imposte dai jihadisti. Dalle interviste è emerso che i prigionieri, subito dopo l’arresto o la cattura, generalmente vengono bendati e portati in luoghi sconosciuti e nascosti. L’unica cosa di cui le vittime riescono a rendersi conto è che i militanti dell’ISIS guidano al volante per diverse ore, cambiando spesso direzione, in modo da disorientare i prigionieri. Non appena giunti nei luoghi segreti, i catturati vengono costretti in celle con al collo piccole schede elettroniche, in cui sono contenuti il numero e le informazioni personali di ogni detenuto, tra cui le accuse e le sentenze.

Le torture, sia fisiche, sia psicologiche, vengono inflitte fin dall’arresto e, in alcuni casi, anche nei momenti precedenti ai primi interrogatori. Le torture psicologiche consistono nella minaccia continua di morte, mantenendo i prigionieri in un costante stato di terrore. In molti casi, gli individui vengono fatti assistere all’uccisione di altre persone per aumentare ancor di più la loro paura. Le donne, spesso, vengono costrette a stare per ore o giorni all’interno di gabbie per animali. Per quanto riguarda le torture fisiche, le quali vengono effettuate in combinazione con quelle psicologiche, vengono effettuate con metodi differenti. Nelle prigioni sono presenti apposite camere dedicate alle torture, dove i prigionieri vengono appesi per le mani al soffitto, con buste di plastica sulle loro teste per provocare la sensazione di soffocamento. Inoltre, i militanti dell’ISIS utilizzano tubi bagnati, canne, cavi industriali e picanas, oggetti che producono scosse elettriche a bassa e ad alta tensione, per torturare le vittime. Spesso, oltre a frustare i prigionieri, i jihadisti li cospargono di benzina, minacciandoli di dar loro fuoco se non confessano. Anche in questo caso, gli autori spiegano che le torture fisiche vengono utilizzate per rafforzare il brand del terrore dello Stato Islamico.

La seconda fase prevede interrogatori, durante i quali i prigionieri vengono costretti a confessare attraverso la combinazione di torture fisiche e psicologiche. Dopodiché, vengono condotti in celle comuni, dove sono costretti ad essere nuovamente indottrinati attraverso lezioni specifiche sulla sharia e attraverso la lettura forzata di libri specifici. Entrambi gli strumenti hanno la finalità di assicurare che il nuovo indottrinamento dei prigionieri sia efficace, prima che questi vengano eventualmente rilasciati.

In base all’esito dell’interrogatorio, i jihadisti decidono se portare il prigioniero di fronte ad una corte shariaitica per sottoporli a giudizio. La terza fase, quindi, consiste nella sentenza del giudice che giunge dopo che i prigionieri sono stati torturati, interrogati e processati. I prigionieri, nella maggior parte dei casi, non vengono informati sulla fine degli interrogatori e vengono condotti di fronte alla corte senza essere avvertiti. Una volta emessa la sentenza, le vittime vengono riportate nelle loro celle, ad accezione di quelle che sono condannate a morte. Le torture fisiche e psicologiche non si fermano in questa fase. Nel caso in cui il giudice decida di rilasciare un individuo, questo viene liberato in cambio di una grossa somma di denaro che deve essere donata ai militanti. Ai fini del pagamento, ai prigionieri è permessa la visita dei familiari, affinché questi vengano supplicati di pagare i jihadisti per il loro rilascio. In ogni caso, prima che ogni prigioniero venga rilasciato o ucciso, i militanti dell’ISIS filmano la sua confessione a scopo propagandistico. Le vittime vengono sempre fatte vestire di arancione e sono obbligate a leggere un copione scritto dai loro aguzzini. Alla fine di ogni confessione, i prigionieri esortano il pubblico a non collaborare con gli infedeli e a giurare fedeltà all’ISIS. Tutte le esecuzioni vengono filmate allo stesso modo sempre per scopi propagandistici.

Nelle conclusioni del loro studio, i tre autori spiegano che è molto difficile determinare i livelli di trauma psicologico subito dai prigionieri che sono stati rilasciati. La maggior parte di essi ha riscontrato disordini post-traumatici e, molti degli intervistati, anche se sono liberi da molto tempo, continuano a mostrare sintomi relativi alle drammatiche esperienze passate.

Sofia Cecinini

I paesi del Sud-Est Asiatico temono l'arrivo dei militanti dell'Isis in fuga da Iraq e Siria. Fonte: Wikipedia Commons

Bandiera dell’ISIS. Fonte: Wikipedia Commons

di Redazione

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