I bambini dell’ISIS

Pubblicato il 9 agosto 2017 alle 20:03 in Approfondimenti

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“Sono un kamikaze. Sono musulmano e non ho alcuna intenzione di uccidere i musulmani. Voglio tornare a casa dalla mia mamma, potete aiutarmi?”

Queste sono le parole pronunciate dal 14enne siriano Usaid Bahro a un poliziotto iracheno di fronte alla moschea sciita Bayah di Baghdad, nel dicembre 2014. Una mattina, il ragazzo fu condotto da alcuni militanti dell’ISIS di fronte all’entrata della moschea. I suoi accompagnatori gli avevano dato istruzioni precise: avrebbe dovuto azionare la cintura esplosiva non appena loro fossero stati lontani. Tuttavia, il ragazzo non obbedì ai jihadisti e, quando i suoi “accompagnatori” andarono via, corse da un poliziotto in cerca di aiuto.

Secondo quanto emerge dal report annuale del Segretariato Generale dell’Onu su bambini e conflitti armati, nel 2015, circa 400 minori sono stati reclutati dall’ISIS tra la Siria e l’Iraq. In particolare, le Nazioni Unite hanno riscontrato la presenza di campi di addestramento militare nelle zone intorno alle città siriane di Aleppo, Dayr al-Zawr e Raqqa, dove bambini tra i 10 ed i 15 anni vengono preparati a combattere. I minori finiscono nelle fila dello Stato Islamico in diversi modi. Nella maggior parte dei casi, sono i figli di combattenti locali e di foreign fighters che hanno raggiunto la Siria e l’Iraq per unirsi al califfato; in altri casi, vengono rapiti. Infine, un piccolo numero di minorenni decide volontariamente di arruolarsi con i jihadisti. Usaid Bharo faceva parte di quest’ultimo gruppo. Si era unito volontariamente all’ISIS, dopo essere rimasto affascinato dall’idea della creazione di un potente Stato islamico. Una volta entrato in contatto con i jihadisti, Usaid Bharo era stato mandato in un campo militare, dove era venuto a contatto con la brutale realtà dei terroristi. In un’intervista rilasciata ad al-Monitor, Usaid Bharo, che oggi si trova in un carcere di Baghdad, ha spiegato che, con il tempo, si era reso conto che i militanti dell’ISIS non erano bravi musulmani e che volevano solo uccidere le persone. Alla fine del proprio addestramento, il ragazzo fu mandato prima a Raqqa, in Siria, e poi a Mosul, in Iraq, dove gli venne chiesto di scegliere se diventare un kamikaze o un combattente. Usaid Bharo ha raccontato che scelse di diventare un attentatore suicida poiché in quel modo avrebbe avuto la possibilità di consegnarsi alla polizia, come è riuscito a fare davanti alla moschea Bayah.

In uno studio pubblicato sulla rivista Studies in Conflict and Terrorism, gli esperti di terrorismo John Horgan, Mia Bloom e Charlie Winter hanno elaborato un modello in sei fasi, basato sulle interviste e sulle testimonianze disponibili al pubblico, in cui spiegano la socializzazione dei bambini, considerati tali fino all’età di 18 anni, tra le fila dell’ISIS:

  1. Seduzione: è la fase in cui i minorenni vengono esposti alle idee e alle pratiche del califfato attraverso la propaganda e la partecipazione ad eventi pubblici;
  2. Istruzione: è la fase dell’indottrinamento, in cui i minori vengono abituati alla vita sotto l’ISIS;
  3. Selezione: i bambini vengono osservati e selezionati minuziosamente dai militanti, che decideranno il loro futuro ruolo;
  4. Soggiogazione: è la fase della brutalizzazione, in cui i minori vengono abituati alla disciplina dei terroristi, attraverso l’isolamento. Vengono inoltre forzati a commettere atti violenti per dimostrare la loro fedeltà verso il califfato.
  5. Specializzazione: è la fase in cui gli addestramenti vengono intensificati e finalizzati;
  6. Dislocamento: terminato l’indottrinamento e l’addestramento, i bambini vengono assegnati a diverse destinazioni.

Usaid Bharo, passato attraverso queste 6 fasi, si era reso conto di non voler fare più parte dell’ISIS e, senza altra via d’uscita, con molta fortuna, è riuscito a evitare la morte.

Tuttavia, i bambini non ricoprono solo un ruolo attivo divenendo combattenti o kamikaze all’interno dello Stato Islamico. Noman Benotman e Nikita Malik, in uno studio pubblicato dalla Quilliam Foundation, spiegano che il gruppo terroristico utilizza i bambini sia per la realizzazione di attentati, sia a scopi propagandistici. Nel primo caso, i bambini vengono impiegati nei combattimenti o negli attacchi terroristici poiché sono più “economici” degli adulti. Più semplicemente, i bambini consumano meno cibo e non richiedono una paga alta. Inoltre, più i bambini sono piccoli, più sono facili da indottrinare. Dal momento che rappresentano le future generazioni jihadiste, il califfato ha investito molto nell’indottrinamento dei minori, cercando di introdurli all’ideologia fondamentalista fin dalla tenera età. L’educazione jihadista farà di loro i futuri combattenti dello Stato Islamico, assicurando la sua sopravvivenza nel tempo. In secondo luogo, le due studiose spiegano che il ruolo svolto dai bambini nella propaganda dell’organizzazione è legato ad un particolare aspetto psicologico. I video e le immagini di minori che compiono atti di violenza ed esecuzioni servono ad attrarre l’attenzione globale e ad accrescere l’aura della forza del califfato. In un violento filmato di propaganda dell’ISIS, diffuso il 26 gennaio 2017, viene mostrato un bambino alla guida di un’autobomba. Anche se non viene specificata la sua età, si può dedurre che abbia circa 7 o 8 anni, dal momento che si vede chiaramente che arriva appena a toccare i pedali del veicolo. Una ripresa successiva, dall’alto, mostra una violenta esplosione nel centro di Mosul. Si vede quel bambino sorridente, e ignaro del suo triste destino, scagliarsi contro un chek-point della polizia irachena, esplodendo nell’impatto.

Sofia Cecinini

Un bambino dell'ISIS in un video di propaganda. Fonte: YouTube

Un bambino dell’ISIS in un video di propaganda. Fonte: YouTube

di Redazione

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