Anis Amri: identikit dell’attentatore di Berlino

Pubblicato il 6 agosto 2017 alle 13:23 in Approfondimenti

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Anis Amri è l’attentatore tunisino responsabile della strage di Berlino del 19 dicembre 2016. Alla guida di un camion, Amri travolse la folla ai mercatini di Natale presso il Kaiser Wihelm Memorial Church, nella capitale tedesca, uccidendo 12 persone e ferendone 48.

Dopo essersi dato alla fuga, la sera del 23 dicembre, Anis Amri fu ucciso davanti alla stazione di Sesto San Giovanni, nel milanese, da una pattuglia di polizia. Come si era già verificato in altri casi, le indagini misero in luce che il tunisino era già noto sia alle autorità tedesche, sia alle autorità italiane.Per meglio comprendere le dinamiche dell’attentato e dell’uccisione, è necessario far luce sulla storia dell’attentatore.

Chi era Anis Amri?

Anis Amri nacque a Oueslatia, una cittadina tunisina, il 22 dicembre 1992, da una famiglia numerosa. Aveva 3 fratelli e 5 sorelle. Fin dall’adolescenza, Amri fu un ragazzo ribelle. Lasciò la scuola a 15 anni, mantenendosi attraverso lavoretti occasionali e facendo uso di droga e alcool. Nel 2010, all’età di 18 anni, Amri rubò un’auto, venendo condannato dalla corte di Kaurouan alla prigione. Tuttavia, grazie al caos rivoluzionario che investì la Tunisia in quel periodo, riuscì a sottrarsi alla polizia e si imbarcò  alla volta dell’Italia. Il 4 aprile 2011, Amri giunse a Lampedusa a bordo di un’imbarcazione di un trafficante di esseri umani. L’arrivo in Italia fu tutt’altro che tranquillo. Pochi mesi dopo lo sbarco, Amri venne condannato a 4 anni di carcere per aver causato un incendio presso il centro di accoglienza di Belpasso, vicino a Catania. Le autorità italiane emisero un provvedimento di espulsione che non venne mai attuato per via di un ritardo di scambi di documenti da parte della Tunisia. Secondo quanto è emerso da alcune interviste ai familiari del terrorista, Amri in Tunisia non si era mai avvicinato alla religione. Ad avviso del padre, la radicalizzazione di Amri è avvenuta in Europa, probabilmente durante gli anni passati in carcere, nei quali divenne il leader dei detenuti islamici. Tale tesi è stata confermata dalle autorità giudiziarie italiane, le quali notarono che il ragazzo iniziò a mostrare atteggiamenti sospetti e tendenti alla radicalizzazione. Mentre era in prigione, infatti, Amri aggredì un detenuto cristiano, minacciando di “tagliargli la gola”.

Una volta libero, l’anti-terrorismo italiano segnalò il ragazzo alla polizia europea, definendolo un “soggetto pericoloso”.  Nel luglio 2015, Amri si spostò in Germania, passando da una località all’altra, fino al febbraio 2016, quando si stabilì definitivamente a Berlino. Anche nella capitale tedesca Amri attirò l’attenzione delle autorità locali. Oltre a spacciare cocaina nel quartiere di Kreuzberg, iniziò ad essere sospettato di pianificare un colpo per rubare soldi, con cui avrebbe dovuto comprare armi automatiche. Per questi motivi, fu messo sotto sorveglianza. Nel contempo, Amri fece richiesta di asilo in Germania che, a giugno, tuttavia, gli venne rifiutato. Le autorità tedesche emisero un provvedimento di espulsione che, anche stavolta, non fu mai eseguito giacché Armi, non essendo in possesso di un documento valido, non poté essere rimpatriato.

Dalle indagini successive all’attacco, emerse che la sorveglianza da parte della polizia tedesca si era conclusa nel settembre 2016. Rimangono sconosciute le motivazioni, dal momento che le autorità di sicurezza europee erano a conoscenza della pericolosità del ragazzo, segnalata in precedenza dall’Italia. Per questi motivi, si è scatenata una polemica intorno alla presunta incompetenza dei servizi di sicurezza tedeschi, sottolineata anche da Guido Steinber in un articolo pubblicato su Foreign Affairs, in cui spiega che la Germania ha poca fiducia nelle intelligence straniere e, quindi, tende a non collaborare, facendo fare tutto il lavoro esclusivamente alle proprie forze. Da molto tempo, inoltre, la polizia tedesca ha diminuito i controlli sugli individui già identificati come “pericolosi”, poiché non ha le capacità di portare avanti indagini transnazionali. Nonostante ciò, gli ufficiali di Berlino hanno sempre respinto le indiscrezioni affermando che le autorità non avevano compiuto errori nelle indagini sul terrorista tunisino, il quale, a loro avviso, era sempre stato tenuto sotto controllo perché sospettato di attività terroristiche.

Il 19 dicembre 2016 è la data dell’attentato. Il camion guidato da Amri era stato rubato lo stesso giorno in un centro di lavoro in Polonia, a due ore di distanza da Berlino. Nell’abitacolo del veicolo fu rinvenuto morto un secondo passeggero, che le autorità tedesche identificarono in un cittadino polacco. Il proprietario della compagnia di spedizioni, a cui apparteneva il camion, riferì che l’autusta per quella giornata era suo cugino e che aveva perso i contatti con lui dalle 4 del pomeriggio del 19 dicembre.

Una volta falciata la folla, Amri scese dal veicolo e riuscì a scappare. Secondo la ricostruzione della sua fuga, il ragazzo giunse a Milano partendo da Lione, facendo tappa a Chambery, poi a Bardonecchia e infine a Torino. Alle tre di notte del 23 dicembre, fermato per un controllo da una volante di polizia davanti alla stazione ferroviaria di Sesto San Giovanni, Amri disse di essere diretto a Reggio Calabria e aprì improvvisamente il fuoco contro i due poliziotti, ferendo uno dei due. Amri fu poi ucciso dalla reazione degli agenti.

Dalle indagini della polizia tedesca, è emerso un altro importante dettaglio che ci aiuta a comprendere un secondo elemento che ha contribuito alla radicalizzazione di Amri e che, probabilmente, è stato il fattore decisivo che lo ha convinto a compiere l’attacco. Sembra che Amri fosse in contatto con il predicatore iracheno Abu Walaa, residente in Germania e conosciuto come “il predicatore senza volto”.

Ahmad Abdulaziz Abdullah A., chiamato Abu Walaa, dispensava consigli attraverso i social media e appariva in video mostrando la schiena alla telecamera con un sudario nero indosso. Come riportato da Deutsche WelleWalaa è accusato di essere uno dei principali reclutatori dell’ISIS in Germania. L’iraniano, 32 anni, arrivò in Germania dall’Iraq nel 2000, stabilendosi nella Renania Settentrionale-Westfalia. Predicava in una moschea a nord-ovest dello stato della Bassa Sassionia e aveva attirato numerosi seguaci online. Le autorità tedesche iniziarono a tenerlo sotto controllo, poichè la moschea dove predicava era divenuta un centro di ritrovo per il movimento islamista-salafita della Germania. Su 800 foreign fighters tedeschi che nel 2015 si sono uniti all’ISIS, almeno in 20, ad avviso della polizia tedesca, si sono radicalizzati in quel luogo di culto. Nel novembre 2016, Walaa è stato arrestato con l’accusa di essere un reclutatore dello Stato Islamico. In seguito alla sua incarcerazione, l’ufficio del procuratore federale tedesco riferì che Walaa aveva giurato fedeltà all’ISIS ed era apparso come speaker in diversi eventi islamisti-salafiti.

Il 24 dicembre, le autorità tunisine resero noto di aver arrestato tre sospettati jihadisti legati ad Amri. Uno dei tre individui, tutti tra i 18 e i 27 anni, era il nipote dell’attentatore. Dalle indagini, è emerso che Amri aveva inviato al nipote dei soldi per raggiungerlo in Germania, incoraggiandolo a giurare fedeltà all’ISIS. Oltre che ad aver compiuto un atto di terrorismo, Amri stava effettuando anche attività di reclutamento, cercando di convincere il nipote a unirsi allo Stato Islamico. Questo dettaglio rafforza l’importanza del legame con l’indottrinatore Walaa.

In conclusione, le informazioni emerse dalle indagini delle varie autorità coinvolte nel caso – quelle italiane, quelle tedesche e quelle tunisine – forniscono due informazioni fondamentali. In primo luogo, la radicalizzazione di Amri è avvenuta in carcere; in secondo luogo, è stata favorita da un predicatore dell’ISIS.

Sofia Cecinini

L'attentatore di Berlino, Anis Amri. Fonte: The Independent

L’attentatore di Berlino, Anis Amri. Fonte: The Independent

di Redazione

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