Crimea: il pomo della discordia

Pubblicato il 31 luglio 2017 alle 12:50 in Russia

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Annessa ufficialmente dalla Russia il 18 marzo 2014, la penisola di Crimea è la ragione dello scontro tra Mosca e l’Occidente e la sua occupazione è alla base delle sanzioni anti-russe appena rinnovate dal Congresso statunitense. Mosca, però, vede le cose diversamente.

Mappa della Crimea. Fonte: Wikipedia.

Mappa della Crimea. Fonte: Wikipedia.

La decisione del congresso statunitense di rinnovare e rinforzare le sanzioni contro la Russia, forzando la mano al presidente Trump, e la reazione di Mosca che ha decretato l’espulsione di 755 diplomatici statunitensi per parificare la presenza diplomatica americana in Russia a quella russa negli USA (455 persone) hanno riportato al centro dell’attenzione il pomo della discordia tra Mosca e l’Occidente: la Crimea.

La penisola, Repubblica autonoma in seno alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, aveva mantenuto lo stesso status in seno all’Ucraina indipendente una volta sciolta l’Unione Sovietica e come tale era riconosciuta dalla comunità internazionale. Mosca vi aveva mantenuto una base militare di straordinaria importanza: Sebastopoli, sede della flotta russa del Mar nero.

La crisi, che nel febbraio 2014 portò alla fuga del presidente ucraino Janukovyč e alla creazione di un governo filo-europeo in Ucraina, fu seguita, il 23 febbraio, da manifestazioni pro-russe a Sebastopoli e Simferopoli, capitale della Crimea. L’Occidente accusa Mosca di avere fomentato quelle manifestazioni che diedero il via all’intervento russo. Il 26 febbraio 2014 militari senza insegne presero il controllo della Crimea, solo a cose fatte il Cremlino ammise che si trattava di soldati russi e non di “forze di autodifesa”, come aveva sostenuto in precedenza.

Mosca giustificò quindi l’intervento con la necessità di proteggere la popolazione russa della Crimea. La penisola, secondo le stime di quell’anno era abitata per circa il 70% da russi, per il 15% da ucraini e per il 10% tatari di Crimea, mentre il restante 5% si suddivideva tra armeni, ebrei, greci del Ponto e altre popolazioni.

Nel giro di tre settimane, la Crimea era russa. Il 7 marzo il consiglio comunale di Sebastopoli votò la domanda di integrazione alla Federazione russa, seguito il giorno 11 dal parlamento della Crimea, 5 giorni dopo si tenne un plebiscito che sancì, con il 97,4% di sì, la volontà degli abitanti della Crimea e di Sebastopoli di entrare a far parte della Russia. Il 18 marzo, al Cremlino, Putin siglò il trattato che faceva della Crimea una Repubblica della Federazione e di Sebastopoli una Città federale. Per capirne l’importanza basti considerare che in Russia, oltre a Sebastopoli, le Città federali sono solo due: Mosca e San Pietroburgo.

Stati Uniti e Unione Europea vararono sanzioni che si rinnovano ormai da oltre tre anni. La posizione occidentale è lineare: Putin, in spregio ad ogni trattato e al diritto internazionale, ha annesso la Crimea che è ucraina e la Russia sarà sanzionata finché non la restituirà. L’Occidente, infatti, considera sin dal 1991 le frontiere interne all’Unione Sovietica come riferimento internazionale inviolabile.

Mosca (come molti altri paesi ed entità post-sovietiche, non a caso sei nazioni autoproclamate e non riconosciute sorgono nell’ex-URSS) non tiene gran conto di quelle che erano le frontiere interne all’URSS, in quanto disegnate arbitrariamente con fini politici, senza nessun criterio geografico o etnico. La stessa Crimea, difatti, passò nel 1954 dalla Russia all’Ucraina come un “regalo” dell’allora leader sovietico Nikita Chruščëv.

Per Mosca le sanzioni occidentali sono un’intromissione in una questione che riguarda solo la Russia e un’ipocrisia. “Perché il Kosovo sì e la Crimea no?” è la domanda che si pone. La risposta è che Bruxelles e Washington contestano il referendum di annessione e le modalità di svolgimento: cinque giorni di campagna a senso unico prima di un voto svolto sotto occupazione militare.

La zona calda della lunga crisi ucraina si è frattanto spostata dalla Crimea al Bacino del Don, altra zona russofona in guerra con le autorità centrali, dove sono sorte due repubbliche autoproclamate a Donetsk e Lugansk. Mosca, con Kiev, Berlino e Parigi, fa parte del quartetto negoziale che cerca una via d’uscita alla crisi.

Trattare sul Bacino del Don consente a Putin di discutere con gli occidentali sulla crisi ucraina senza discutere della Crimea. Rimangono le sanzioni, che irritano il Cremlino ad ogni rinnovo, ma gli interessi russi in Crimea e soprattutto nella base di Sebastopoli sono troppo grandi per non accettarne le conseguenze.

 

Consultazione delle fonti russe e redazione a cura di Italo Cosentino

di Redazione

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