La Libia non è un paese per giornalisti

Pubblicato il 29 luglio 2017 alle 0:03 in Africa Libia

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Il governo libico di al-Sarraj, nato sotto l’egida dell’Onu, è accusato di tollerare le aggressioni contro i membri delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Le milizie protagoniste delle violenze – secondo quanto denuncia Human Rights Watch – sarebbero legate proprio al governo di al-Sarraj. Numerosi attivisti sono stati detenuti, minacciati, aggrediti e abusati sessualmente. Molti di loro sono scomparsi nella città di Tripoli e in altre città della Libia occidentale. Sarah Leah Whitson, tra i massimi responsabili di Human Rights Watch ha indirizzato parole molto dirette verso al-Sarraj: “Il governo di accordo nazionale dovrebbe bloccare i gruppi armati, soprattutto quelli da cui è sostenuto”.

Le milizie, che operano nella parte occidentale di Tripoli, svolgono un ruolo molto ambiguo e contraddittorio. Da una parte, controllano i posti blocco, gestiscono prigioni e assumono le funzioni della polizia di quartiere; dall’altra, sono coinvolti in attività criminali, incluso lo spaccio di droga, l’estorsione e persino gli omicidi. Il 24 febbraio 2015, il corpo di Intissar al-Hassaeri, una attivista politica, tra le fondatrici del movimento sociale Tanweer, è stata trovata morta a Tripoli insieme con un’altra attivista. Entrambi i corpi sono stati trovati nel portabagagli di un auto. Le indagini sono tutt’ora in corso. Secondo il report annuale del Centro libico per la libertà di stampa, un gruppo di 150 membri che difende la libertà di informazione, i gruppi armati libici hanno attaccato 107 operatori nel campo dei media nel 2016. I giornalisti uccisi nel 2016 sono stati due. Quelli uccisi dal 2014 a oggi sono 7. Tali dati riguardano tutta la Libia e non soltanto l’area di Tripoli.

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di Alessandro Orsini

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