Siria: ciò che la stampa italiana non spiega

Pubblicato il 23 luglio 2017 alle 12:28 in Il commento

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Uno Mattina

 

Il futuro della Siria dipende dai rapporti tra Stati Uniti e Russia. Se le due super potenze troveranno un accordo, la guerra avrà fine e rimarrà soltanto il problema di eliminare quel poco che resta allo Stato Islamico in termini di piccole roccaforti. Mosul, in Iraq, è caduta; Raqqa, in Siria, è prossima a cadere. La guerra in Siria è infatti alimentata dall’esterno da due blocchi di Paesi che lottano tra loro per imporre il proprio dominio su un pezzo importantissimo di Medio Oriente. La prima coalizione è composta da Stati Uniti, Arabia Saudita, Qatar e Turchia, che avrebbero voluto rovesciare Bassar al Assad per sostituirlo con un presidente a loro sottomesso; la seconda coalizione è formata da Russia, Iran e milizie sciite di Hezbollah, che hanno sottomesso Bassar al Assad da molto tempo. I Paesi che alimentano il conflitto sono numerosi. Tuttavia, le decisioni più importanti vengono prese dai governi di Stati Uniti e Russia.

Quando americani e russi stabiliscono il cessate il fuoco, gli altri governi obbediscono più o meno supinamente. Detto nel modo più chiaro possibile, Iran ed Hezbollah fanno ciò che decide Putin, mentre Arabia Saudita, Turchia e Qatar fanno ciò che decide Trump. Talvolta questi alleati regionali protestano – accade per lo più alla Turchia che vorrebbe schiacciare i curdi sostenuti dagli Stati Uniti – ma, al dunque, nessuno di loro si permette di mancare di rispetto ai due grandi capi di Stato. A parlar chiaro si fa prima: Putin e Trump regolano l’intensità e la durata della guerra civile in Siria. Il che significa che chiunque abbia a cuore la pace in Siria deve osservare, con la massima attenzione, ciò che accade tra Trump e Putin. Il problema è che questa trama di relazioni politiche, di per sé complicatissima, si è ulteriormente complicata a causa del rapporto problematico che si è instaurato tra Trump e il Congresso americano.

La dinamica è questa: Trump tende la mano a Putin e il Congresso gliela spezza. Trump aveva infatti deciso di operare per il ritiro delle sanzioni contro la Russia al fine di trovare un accordo con Putin per la pace in Siria. La reazione del Congresso, sotto il profilo politico, è stata durissima. Programmando addirittura di modificare la legge americana, il Congresso intende ridurre i poteri di Trump, e di qualunque altro futuro presidente americano, in merito alla sospensione o al ritiro delle sanzioni contro i paesi stranieri. E non è tutto: il Congresso ha deciso di estendere le sanzioni contro la Russia per il suo presunto intervento, via hacker, nella contesa elettorale tra Trump e Hillary Clinton, ma anche per punire l’annessione della Crimea, che Putin ha strappato con la forza all’Ucraina. Insomma, mentre Trump promette a Putin di sollevarlo da un bel po’ di sanzioni, il Congresso scavalca Trump e bastona Putin.

Dal momento che il Congresso è guidato dal partito repubblicano, a cui appartiene Trump, la mossa sembrerebbe contraddittoria. Trump viene colpito dal suo stesso partito. Eppure, è così. Accade perché i repubblicani americani sono molto nazionalisti e hanno una cultura politica basata sul mito della forza. A causa di ciò, molti di loro detestano Putin che è, a sua volta, un uomo forte e un fiero nazionalista. Tutto questo non è una buona notizia per il futuro della Siria perché Putin, per ogni schiaffo ricevuto, ne restituisce due. Tuttavia, non tutto è perso. Putin ha compreso molto bene che Trump vuole una distensione con lui. I due si sono incontrati al G20 di Amburgo e si sono anche piaciuti sul piano personale. Oltre a essere generosi nei complimenti reciproci, hanno immediatamente stabilito un cessate il fuoco nel sud della Siria, con la collaborazione della Giordania, a conferma di quanto detto prima e cioè che Stati Uniti e Russia decidono l’intensità e la durata della guerra civile in Siria, anche se la stampa italiana, rifiutandosi di ricostruire i fatti correttamente, attribuisce il prolungamento di quella guerra principalmente all’Isis. Se Putin sarà lucido, non reagirà in modo scomposto alla decisione del Congresso americano per non compromettere le sue relazioni con Trump, da cui si aspetta molto.

Oggi il New York Times si occupa della reazione del Congresso americano. Le parole del senatore democratico Benjamin L. Cardin, dello Stato del Maryland, sono talmente chiare da richiedere una semplice traduzione letterale: “Un Congresso quasi unanime è pronto a inviare un messaggio chiaro a Putin per conto del popolo americano e dei nostri alleati. Abbiamo bisogno che il presidente Trump ci aiuti a recapitare un simile messaggio”. Ai democratici, che attribuiscono a Trump il semplice ruolo di postino, si aggiungono le dichiarazioni di due senatori repubblicani di alto rango, Kevin McCarthy e Ed Royce, i quali hanno posto la Russia sullo stesso piano della Corea del Nord e dell’Iran: “Corea del Nord, Iran e Russia hanno, in modi differenti, minacciato i loro vicini e hanno attivamente cercato di danneggiare gli interessi americani”.

La  posizione di Trump è quanto mai difficile: o porrà il veto alla nuova legge, con la probabilità molto alta che il suo veto venga rovesciato, oppure dovrà firmare una legge che mira a colpire PutinSenza il sostegno del Congresso, Trump è un presidente a metà.

di Alessandro Orsini

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