Palestina: la grande vergogna

Pubblicato il 22 luglio 2017 alle 13:57 in Il commento

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I palestinesi, in rivolta, vengono repressi dall’esercito israeliano,  ma i migliori giornalisti palestinesi sferzano l’Arabia Saudita e l’Egitto, non Israele. La “fredda indifferenza” di Egitto e Arabia Saudita verso ciò che sta accadendo alla Moschea al-Aqsa a Gerusalemme est, il terzo luogo più sacro dell’Islam, e il loro atteggiamento passivo verso Israele, è motivo di sdegno. Egiziani e sauditi si presentano come i principali difensori dei musulmani, ma non sono affatto tali. Non stanno facendo niente di concreto per opporsi alla decisione del governo israeliano di impedire l’accesso alla moschea al-Aqsa.

L’articolo appare su Palestine Chronicle, uno dei migliori siti di informazione palestinesi gestito da un’organizzazione non-profit.

La veemente denuncia morale, firmata da Daud Abdullah, ma condivisa da tutta la redazione, è rivolta, in primo luogo, alle autorità religiose di Egitto e Arabia Saudita e, soltanto dopo, ai governanti di quei paesi, ritenuti completamente asserviti agli Stati Uniti, al punto da avere smarrito ogni sensibilità per il dramma palestinese. Le parole testuali dei giornalisti palestinesi sono talmente dure da non richiedere commenti: “Storicamente, queste istituzioni religiose [in Egitto e Arabia Saudita] hanno sempre lavorato d’intesa con i loro capi politici. Raramente hanno parlato senza il consenso dei loro padroni, i quali non agiscono mai senza l’approvazione degli Stati Uniti. Il sostegno di Washington, pensano, è essenziale non solo per la loro sicurezza, ma per la loro stessa sopravvivenza”.

Riflettere su questa denuncia morale è utile al pubblico italiano per tre ragioni.

In primo luogo, aiuta a comprendere quanto sia diviso il fronte musulmano. Le divisioni non sono soltanto religiose tra sciiti e sunniti. Sono anche politiche all’interno dello stesso mondo sunnita. I palestinesi sono infatti sunniti come gli egiziani e i sauditi. Queste divisioni rafforzano Israele, rendendo molto più difficile la battaglia dei palestinesi per la liberazione dei territori occupati.

In secondo luogo, la denuncia mette a fuoco una delle contraddizioni più grandi dell’Arabia Saudita: una contraddizione che favorisce i processi di radicalizzazione verso l’Isis proprio nel Paese che ha dato i natali a Maometto. L’Arabia Saudita promuove una dottrina politico-religiosa profondamente intollerante, al punto che non consente la costruzione di chiese cattoliche e nemmeno l’apertura di un’Ambasciata allo Stato del Vaticano. L’idea fondamentale della dottrina wahabita – forma molto rigida di Islam sunnita propugnata dai regnanti sauditi – è che il mondo sia un luogo assediato dalla corruzione morale, di cui l’Occidente sarebbe la massima espressione. Bisogna pertanto chiudersi alle influenze esterne, dicono i wahabiti. Il problema è che l’Arabia Saudita è oggettivamente asservita agli interessi americani e questo produce una profonda indignazione in molti giovani sauditi che giudicano la politica estera dei loro regnanti come una forma di inaccettabile ipocrisia. Tale moto di indignazione permanente causa una predisposizione favorevole alla propaganda dell’Isis e di al Qaeda. Queste due organizzazioni terroristiche si caratterizzano per una forte coerenza tra i loro proclami morali e la condotta politica. Dichiarano di odiare l’Occidente e colpiscono l’Occidente. Occorre infatti ricordare che il bisogno di coerenza tra gli ideali astratti e i comportamenti concreti è tipico della condizione giovanile, sia essa saudita, italiana o cinese. Per l’Egitto vale un discorso analogo. È in Egitto che ha sede al-Azhar, l’accademia sunnita da molti considerato il centro di insegnamento dell’Islam sunnita più prestigioso del mondo. Eppure, i rappresentanti di al-Azhar non sferzano il presidente dell’Egitto, al-Sisi, per la sua stretta alleanza con gli Stati Uniti, principale protettore di Israele.

Le parole dei giornalisti palestinesi non potrebbero essere più chiare: la ragione per cui Egitto e Arabia Saudita stanno cercando di migliorare i loro rapporti con Israele è che vogliono compiacere gli Stati Uniti. Essere amici di Israele significa tendere la mano agli Stati Uniti.

Quest’articolo di denuncia, scritto con molta perizia e notevole abilità retorica, è ricco di spunti che non possono essere ricostruiti qui nella loro interezza per motivi di spazio. L’articolo rappresenta una delle critiche più serrate e imbarazzanti, pubblicate in tempi recenti, contro l’Arabia Saudita che, dopo essersi inginocchiata agli americani – rammentano i giornalisti palestinesi con disprezzo crescente – è stata denunciata dal Congresso americano con il sospetto di avere avuto un ruolo negli attentati contro le Torri Gemelle.

Infine, la denuncia dei giornalisti palestinesi è utile perché, riportando il punto di vista dei palestinesi, consente al pubblico italiano di avere una visione più ampia del conflitto israelo-palestinese che non è mai stato soltanto un conflitto tra israeliani e palestinesi. È un conflitto che non ha la sua soluzione in Palestina perché si gioca lontano dalla Palestina.

di Alessandro Orsini

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