Brasile: il futuro in mano ai giudici

Pubblicato il 22 luglio 2017 alle 5:02 in America Latina Brasile

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La Commissione Giustizia del parlamento brasiliano ha respinto la richiesta di messa in stato d’accusa del presidente Temer, ma la richiesta della procura generale sarà ugualmente sottoposta al plenum della camera sotto altra forma. L’ex presidente Lula, intanto, è stato condannato a 9 anni e mezzo e al sequestro di beni per corruzione e abuso d’ufficio.

Il presidente del Brasile, Michel Temer. Fonte: Wikimedia Commons

Il presidente del Brasile, Michel Temer. Fonte: Wikimedia Commons

La magistratura ha assunto un ruolo da protagonista nella vita politica brasiliana. Tre anni sono passati dall’inizio del cosiddetto scandalo Petrobras, la rete di corruttele legata all’azienda petrolifera statale. Le indagini sulla Petrobras, che coinvolgevano la classe dirigente del Partito dei Lavoratori allora al governo, si sono allargate fino a coinvolgere un gran numero di grandi aziende brasiliane. Su tutte, la Odebrecht, impresa di costruzioni con filiali in tutto il continente e anche in Africa. L’operazione Lava Jato (letteralmente: operazione autolavaggio), si basa sulle confessioni dei dirigenti d’azienda, che hanno svelato una trama fittissima di corruzione, abuso di potere, riciclaggio di denaro estesa su tre continenti e coinvolge ormai centinaia di politici.

Dilma Rousseff, all’epoca Presidente del Brasile, è stata deposta dal parlamento lo scorso agosto. Stessa sorte potrebbe toccare ora al primo cittadino Michel Temer, già vicepresidente di Rousseff. La Commissione Giustizia del parlamento brasiliano ha respinto la relazione che chiedeva la messa in stato d’accusa del presidente con 40 voti contro 25, ma una nuova relazione sarà comunque sottoposta al plenum della camera. Per deporre Temer sono necessari 342 voti, i 2/3 dei membri del parlamento. La votazione è attesa per il 2 agosto prossimo.

Lula da Silva, presidente dal 2002 al 2010, candidato alla rielezione nel 2018, è stato condannato a 9 anni e mezzo e al sequestro dei beni per lo scandalo Petrobras. Ha fatto ricorso in appello per evitare il carcere, almeno al momento, ma l’ex presidente è in attesa della sentenza di altri quattro processi in cui è imputato.

Sono centinaia i governatori, deputati, senatori, ministri ed ex ministri inquisiti. I leader dei principali partiti, il PT di Lula e Rousseff, il Partito del Movimento Democratico Brasiliano di Temer e il Partito Socialdemocratico dell’ex ministro degli esteri José Serra rischiano pesanti condanne. In appena un anno il Michel Temer è stato costretto a sostituire 9 ministri del suo governo. Vieira Lima, segretario del governo, e Alves, ministro del turismo, sono stati arrestati all’inizio di giugno. E il fiume delle confessioni degli imprenditori non si ferma.

La reazione dei leader politici dei diversi schieramenti non differisce di molto. Temer accusa il procuratore Janot di avere mire politiche e di processarlo per questo, Lula ha accusato i magistrati che lo hanno condannato di avere emesso una sentenza per impedirgli di candidarsi nel 2018. Entrambi, irriducibili avversari politici, hanno parlato di attentato contro il paese.

Temer ha rotto la prassi di nominare Procuratore Federale il candidato più votato dal Consiglio Superiore della Magistratura, scegliendo Raquel Dodge per sostituire il suo grande accusatore Rodrigo Janot, il cui mandato scade a settembre. La mossa del Presidente è rivolta più al parlamento che il 2 agosto voterà la sua decadenza che non ai giudici. Mostrando la supremazia della politica sulla magistratura, Temer intende mandare un messaggio ad una camera dove la stragrande maggioranza dei deputati è inquisito di reati più gravi di quelli del Presidente.

 

Non tutta la classe politica brasiliana, tuttavia, è in aperto conflitto con la magistratura. Torcuato Jardim, ministro della giustizia, in occasione di una visita di stato a Washington, ha dichiarato che “Lava Jato è inarrestabile” ed ha assicurato che tutte le istituzioni coinvolte, Procura Federale, pubblici ministeri, magistrati, polizia federale e Ministero della Giustizia sono impegnati fortemente per portare il lavoro investigativo e legislativo a termine. “Sarà una conquista per la società brasiliana” ha affermato Jardim.

Lava Jato, la tangentopoli brasiliana, ha tanti punti in comune con quella italiana del 1992-93. La crisi politico-istituzionale è accompagnata da una dura recessione economica, dalla fuga dei grandi capitali all’estero e dall’aumento della criminalità. A differenza dell’Italia, tuttavia, il Brasile è un gigante attorno al quale ruotano le economie di molti paesi latinoamericani.

Non è un caso, infatti, che per lo stesso scandalo Odebrecht, sia stato arrestato lo scorso 17 luglio l’ex presidente del Perù Ollanta Humala. Alejandro Toledo, suo predecessore, è latitante, mentre un altro ex presidente, Alan García, inquisito a Lima per gli stessi reati, si è trasferito a Madrid. Quello del Perù è solo il caso più eclatante, la tangentopoli brasiliana ha coinvolto politici e funzionari di diciassette paesi: Angola, Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Cuba, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Messico, Mozambico, Panama, Perù, Repubblica Dominicana, Stati Uniti, Svizzera e Venezuela.

Le dozzine di processi ancora in corso e il prosieguo delle indagini lasciano presupporre che il futuro politico del Brasile, a cominciare dalle elezioni presidenziali previste per il 2018, sia in mano alla magistratura.

 

Traduzione dallo spagnolo e dal portoghese e redazione a cura di Italo Cosentino

 

di Redazione

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