Corea del Nord: tutto, ma non la guerra

Pubblicato il 19 luglio 2017 alle 6:04 in Approfondimenti Corea del Nord

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Pur volendo, Trump non potrebbe bombardare la Corea del Nord senza il consenso della Corea del Sud, suo stretto alleato, per due ragioni principali. La prima ragione è che la Corea del Sud ospita 28,500 soldati americani, i quali non potrebbero aprire il fuoco senza il consenso della Corea del Sud. La seconda ragione è che la Corea del Nord è nella condizione di colpire la Corea del Sud persino con la bomba atomica. Non è un caso se il nuovo presidente dlela Corea del Sud, Moon Jae-in, si è mostrato fermamente contrario a ogni ipotesi di guerra. La sua posizione potrebbe essere riassunta nello slogan: “Tutto, ma non la guerra”.

A conferma di ciò, la Corea del Sud ha proposto alla Corea del Nord due incontri, uno tra i militari dei due eserciti nella zona di confine e l’altro per la Croce Rossa, il 17 luglio. Se Pyongyang accettasse, si tratterebbe del primo incontro dal 2014. La proposta rappresenta il primo punto di rottura tra il neo-eletto presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, e gli Stati Uniti, e segna un avvicinamento alla “ricetta” proposta dalla Cina per la soluzione della questione nordcoreana. Pechino ha accolto molto positivamente la notizia, mentre da Tokyo è giunta una spinta in direzione contraria. Secondo il portavoce della diplomazia del Giappone, il momento attuale è quello di mettere pressione e non per il dialogo.

Le dichiarazioni contrastanti tra Corea del Sud e Giappone giungono mentre, alle Nazioni Unite, Stati Uniti e Cina negoziano per definire possibili nuove risoluzioni e sanzioni per rispondere all’ultimo test missilistico della Corea del Nord, avvenuto il 4 luglio. Le nuove misure potrebbero prevedere un embargo del petrolio e maggiori restrizioni commerciali, ma sarà difficile che la Cina le approvi.

La Cina è il principale alleato politico e partner economico della Corea del Nord, per questo il ruolo che il gigante asiatico può avere nell’arginare lo sviluppo del programma nucleare e missilistico di Pyongyang è fondamentale.

La Corea del Nord ha condotto 4 test nucleari dal 2006; 24 test missilistici nel 2016 e 17 test dall’inizio del 2017, con l’obiettivo di superare il record segnato nel 2016.

L’ultimo test, effettuato il 4 luglio 2017, ha segnato un punto cruciale: il missile testato da Pyongyang sarebbe un missile balistico intercontinentale capace, secondo gli esperti, di raggiungere l’Alaska. Questo test è più significativo dei precedenti perché mostra come le capacità di sviluppo missilistico e nucleare della Corea del Nord siano cresciute in poco tempo. La minaccia, dunque, è reale, anche per gli Stati Uniti e non solo per i loro alleati del Pacifico. Anche se il 18 luglio il rappresentante dell’esercito degli Stati Uniti, il generale Paul Selva, ha affermato che Pyongyang non ha ancora la capacità di colpire gli Stati Uniti “in modo accurato”, i timori di Trump crescono di giorno in giorno. Secondo Selva, sebbene i missili della Corea del Nord possano raggiungere per raggio gli Usa, Pyongyang non dispone delle capacità tecniche per guidarli e controllarli affinché colpiscano un bersaglio preciso.

Secondo molti analisti cinesi, Kim Jong-un, il dittatore di Pyongyang, sarebbe spinto ad armarsi così massicciamente per la paura di un’invasione americana, il cui fine sarebbe la riunificazione delle due Coree sotto l’egida della Casa Bianca. Tutte le esercitazioni militari tra Seoul e Washington vengono viste da Pyongyang come azioni preparatorie all’invasione.

La Corea del Nord è attualmente un paese molto isolato e molto povero. Le sanzioni Onu approvate a partire dal 2006 hanno tentato di soffocare l’economia e la finanza del paese aumentandone l’isolamento. Sempre secondo gli analisti cinesi, che difendono il dittatore della Corea del Nord, cercando di rappresentare gli americani in una luce negativa, le sanzioni avrebbero causato il radicamento dell’ideologia di partito che ritrae gli Stati Uniti come nemico massimo che vuole distruggere il paese.

L’economia della Corea del Nord dipende quasi totalmente dal commercio bilaterale con la Cina. Pechino non si è mai posta apertamente in contrasto con Pyongyang in seno all’Onu, ma di fronte ai numerosi test missilistici non ha potuto rimanere neutrale e ha dovuto cercare di tutelare i propri interessi nazionali nel rispetto delle sanzioni delle Nazioni Unite.

Per questa ragione, la Cina ha sospeso le importazioni di carbone dalla Corea del Nord, dal 19 febbraio 2017. Secondo i dati della Dogana Cinese, nei primi sei mesi del 2017 l’import di carbone è diminuito del 74,5%, mentre le esportazioni della Cina verso Pyongyang hanno registrato un incremento del 29,1%. Di fronte alle critiche della comunità internazionale, la Cina ha spiegato che la ragione della mancata chiusura totale dell’interscambio commerciale è dovuta al fatto che le risoluzioni Onu non prevedono un embargo totale e che la Cina ritiene di fornire – tramite le sue esportazioni – aiuti umanitari e merci di prima necessità al popolo nordcoreano.

Pechino è in una posizione delicata e sta cercando di trovare un fragile equilibrio tra le diverse forze in campo.

Da un lato, la Cina non può abbandonare la Corea del Nord che è un alleato storico. Se lo facesse, vedrebbe vanificarsi l’impegno dell’esercito cinese durante la guerra di Corea. Occorre inoltre considerare che la Corea del Nord è un paese che fa da cuscinetto tra il confine cinese e la Corea del Sud, stretto alleato degli Usa. Pechino ha bisogno che il regime nordcoreano resti dov’è, per questo è nel suo interesse indurre Kim Jong-un ad assumere una posizione moderata. Il giovane leader di Pyongyang, però, finora è stato sordo di fronte agli appelli del grande alleato, anche quando il presidente Xi Jinping gli ha offerto la sua protezione per garantire la sicurezza del paese se avesse abbandonato il programma missilistico e nucleare.

Dall’altro lato, la Cina deve affrontare e gestire la pressione che arriva dagli Stati Uniti. Gli Usa sono frustrati perché vorrebbero optare per un intervento militare – opzione già considerata nel 1994 da Clinton – ma sono frenati dalla Cina e dalla Russia all’interno dell’Onu, ma anche dalla Corea del Sud. Cina e Russia non vogliono che un intervento armato Usa possa sovvertire il regime di Pyongyang e che la penisola coreana, così vicina ad entrambe i paesi, finisca totalmente sotto l’influenza degli Stati Uniti, aumentandone l’influenza in Estremo Oriente. Neanche la Corea del Sud vuole la guerra, perché sa bene che la prima a soffrirne le conseguenze sarebbe proprio lei. I cannoni di Pyongyang sono già puntati contro il vicino del Sud e Seoul è consapevole che Kim Jong-un non ci penserebbe due volte ad usarli se gli Stati Uniti dovessero attaccarlo.

Escludendo la fattibilità di un intervento armato, agli Stati Uniti e al presidente Trump non è rimasto che mettere pressione sulla Cina, nella speranza che questa incrementi l’attuazione delle sanzioni Onu e possa mettere a freno le mire nucleari della Corea del Nord. Il tentativo di collaborazione sino-statunitense è stato effettuato, ma dopo il lancio del missile intercontinentale del 4 luglio, Trump lo ha dichiarato fallito, affermando che Pechino non avesse fatto abbastanza.

Cosa dovrebbe fare la Cina per risolvere la questione nordcoreana senza andare contro i propri interessi strategici?

La ricetta cinese è semplice, almeno a livello teorico ed è stata esplicata dal Ministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi, con una metafora ferroviaria. Secondo il Ministro, Corea del Nord da una parte e Usa-Corea del Sud dall’altra sono come due treni in corsa destinati a scontrarsi. Quel che occorre è un “doppio stop” dei convogli seguito dalla creazione di un “doppio binario”. Il “doppio stop” sta a indicare lo stop dei test nucleari e missilistici da parte di Pyongyang e al contempo l’interruzione delle esercitazioni militari congiunte da parte di Seoul e Washington. Questa è la premessa per la creazione del “doppio binario”. Si tratta di una linea che mira a creare una coesistenza pacifica tra Nord e Sud Corea da realizzarsi per fasi tramite negoziati pacifici.

La Russia sostiene la “ricetta cinese” che è stata inclusa nella dichiarazione congiunta sino-sovietica siglata da Xi Jinping e Putin durante il loro incontro, contemporaneo al lancio del missile intercontinentale di Pyongyang. La Corea del Sud, con il suo presidente neo-eletto Moon Jae-in, sembra anch’essa volenterosa di trovare un dialogo con il vicino settentrionale. Moon Jae-in nel suo intervento al G20 si è detto favorevole e aperto a degli incontri con Pyongyang nelle zone di confine e ha rifiutato l’idea di una unificazione del paese e del rovesciamento del regime di Kim Jong-un.

Kim Jong-un non intende arrendersi e rinunciare al nucleare che ritiene essere la chiave per la sicurezza del suo paese.

Come si evolverà la questione nordcoreana è complesso, ma è possibile ipotizzare due scenari, basati su una domanda di base: il regime di Pyongyang è da considerarsi razionale o irrazionale? Le due ipotesi vengono analizzate da Liubomir K. Topaloff nel suo articolo su The Diplomat.

Se si pensa a Kim Jong-un come a un leader razionale, allora la “ricetta cinese” sembra plausibile. In questo caso, l’impegno di tutte le parti coinvolte per l’applicazione rigida delle sanzioni Onu porterebbe Kim Jong-un a fare un’analisi dei costi-benifici del programma nucleare ed egli si renderebbe conto che le sanzioni finiranno per soffocare il paese, quindi opterebbe per la denuclearizzazione. Questa scelta gli permetterebbe di evitare il conflitto aperto e soprattutto, di perdere il potere e di riguadagnare i fondi di sostegno dagli stessi Stati Uniti e dalla Corea del Sud, come accaduto in passato, dal 1991 al 2005.

Se invece il regime di Pyongyang è irrazionale, allora c’è poco che si possa fare e la scelta più plausibile, secondo Topaloff, sarebbe quella di un’azione militare immediata, prima che la situazione peggiori ulteriormente. In realtà, se si è di fronte a un leader irrazionale, qualsiasi scelta porterebbe a un epilogo nefasto. Un’azione militare immediata condurrebbe a una immediata vendetta sui paesi vicini. La mancata azione sarebbe altrettanto devastante e Pyongyang continuerebbe i suoi test, fino a effettuare un attacco vero e proprio.

I negoziati in passato sono stati fallimentari, così come gli aiuti economici concessi da Usa e Corea del Sud in primis, circa 8 miliardi di dollari totali dal 1991 al 2005. Le risoluzioni Onu e le sanzioni non hanno avuto maggiore successo, dal 2006 al 2017. Gli avvertimenti della Cina e le minacce di azione militare degli Usa degli ultimi mesi non hanno sortito risultati, se non altri test missilistici.

Questo potrebbe portare a supporre che Kim Jong-un sia, di fatto, un leader tendente all’irrazionalità. Nonostante ciò, l’unica cosa che reputa più importante del programma di sviluppo nucleare e missilistico sono il suo potere e il regime che guida. Gli Stati Uniti non escludono la possibilità di convincere le élite politiche di Pyongyang che esiste la possibilità di una Corea unita e democratica. Questa è una possibilità che la Cina non può prendere in considerazione. L’unica cosa che può portare Pechino ad applicare le sanzioni delle Nazioni Unite in modo più rigido è proprio il timore che il regime venga sovvertito completamente e che l’influenza degli Stati Uniti aumenti a un passo dalle porte della Cina.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

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di Redazione

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